• Articolo , 13 luglio 2011
  • Greenpeace denuncia: i “panni sporchi” si lavano in Cina

  • Ricerche effettuate dall’associazione hanno rivelato il legame commerciale fra i proprietari di due complessi industriali cinesi del tessile, di cui è stato esaminato l’impatto degli scarichi nei fiumi, e marche sportive nazionali e internazionali

(Rinnovabili.it) – Inquinamento delle acque e industria tessile. In Cina questi due fattori sono legati da una connessione pericolosa che esporta il problema oltre i confini nazionali. A raccontare come e perché è “‘Dirty Laundry'”:http://www.greenpeace.org/international/Global/international/publications/toxics/Water%202011/dirty-laundry-report.pdf (Panni sporchi) il nuovo rapporto investigativo da Greenpeace in cui si denuncia il problema della *contaminazione dei fiumi cinesi causato dagli scarichi tossici della propria industria tessile* e dello stretto legame fra quest’ultima e le grandi marche sportive nazionali e non.
Le ricerche effettuate dall’associazione ambientalista hanno difatti messo in luce la stretta relazione commerciale fra i proprietari di due complessi industriali cinesi del tessile – lo _Youngor Textile Complex_ e il _Well Dyeing Factory Limited_ e marchi internazionali come Abercrombie & Fitch, Adidas, Calvin Klein, Converse, H&M, Lacoste, e Nike. Queste come molte altre aziende (anche fuori dal comparto tessile) da tempo hanno cominciato ad acquistare le materie prime o a spostare i propri impianti in paesi come la Repubblica popolare, con l’unico obiettivo di ridurre i costi di produzione. Come conseguenza indiretta hanno ridotto sul proprio territorio l’inquinamento derivato.

*L’impatto ambientale* Il settore impiega diverse sostanze chimiche pericolose i cui effetti si sono andati a moltiplicare ovviamente nei paesi dove è stata spostata la produzione. Solo in Cina si stima che circa il *70% di fiumi, laghi e riserve idriche risulti contaminato* da diverse sostanze persistenti (che non si degradano facilmente nell’ambiente) e bioaccumulanti (che possono accumularsi nella catena alimentare e avere effetti gravi sugli organismi che le ingeriscono), a un livello tale da posizionare la nazione tra i Paesi in cui l’inquinamento delle acque è fra i più alti al mondo. Ad aggravare la questione, la mancanza a livello nazionale di una legislazione idonea a gestire l’uso e il rilascio di questi composti nell’ambiente. Tra il 2010 e il 2011 Greenpeace ha raccolto alcuni campioni di acqua e sedimento in corrispondenza degli scarichi dei due complessi industriali cinesi, localizzati rispettivamente sul delta del fiume Azzurro e del fiume delle Perle rivelando un inquinamento diffuso da *alchilfenoli* e *composti per fluorurati*, sostanze usate in alcune fasi della produzione tessile e considerate pericolose per la loro capacità di alterare il sistema ormonale dell’uomo anche a concentrazioni molto basse.

*Quale soluzione?* Il rapporto non si limita a puntare il dito ma viene anche incontro al problema. Secondo Greenpeace “le multinazionali che acquistano prodotti cinesi hanno l’obbligo di assumersi la responsabilità degli scarichi tossici rilasciati localmente per produrli. In questo studio sono stati trovati alchilfenoli e composti per fluorurati persino nei campioni prelevati dall’impianto Youngor Textile Complex dove è presente un moderno sistema di depurazione delle acque”. “L’unica soluzione è quella di intervenire sui processi produttivi per eliminare gradualmente l’uso delle sostanze pericolose, come già avviene in alcuni paesi occidentali. In Nord Carolina, ad esempio, da oltre trent’anni l’industria tessile ha trovato *alternative agli alchilfenoli che sono più sicure e hanno le stesse performance*, gli alcool etossilati lineari_ (LAEs), mentre in Germania si usano come sostituti _polimeri a base di fluoro e carbonio_ (anche se contengono ancora delle tracce di perfluorurati)”.
Ma l’onere va diviso in parti uguali: “le multinazionali sono in una posizione unica per guidare l’industria tessile verso l’eliminazione di questi composti a livello globale attraverso *l’adozione di un programma che indichi scadenze ben definite* e identifichi adeguate risorse economiche per la ricerca di alternative più sicure. L’impegno di eliminare le sostanze pericolose dovrà interessare l’intera catena di approvvigionamento”.