• Articolo , 10 aprile 2009
  • Idroelettrico nostrano

  • La recente notizia che in Puglia è stata riattivata una vecchia centrale idroelettrica è un importante segno della rinascita dell’attenzione per la fonte energetica idroelettrica, rinnovabile, derivata dal moto delle acque a sua volta prodotto dal Sole. Per secoli il moto delle acque dei fiumi o dei canali è stato utilizzato per azionare mulini, magli, […]

La recente notizia che in Puglia è stata riattivata una vecchia centrale idroelettrica è un importante segno della rinascita dell’attenzione per la fonte energetica idroelettrica, rinnovabile, derivata dal moto delle acque a sua volta prodotto dal Sole. Per secoli il moto delle acque dei fiumi o dei canali è stato utilizzato per azionare mulini, magli, segherie, fabbriche tessili, per soffiare l’aria nei forni. Le valli italiane, anche quelle del Mezzogiorno, sono ancora piene di ruderi di mulini ad acqua, spesso di grande interesse tecnico, tanto che il loro studio ha dato vita ad una speciale disciplina, la “molinologia”.

Nella metà dell’Ottocento si è scoperto che il moto di una ruota poteva essere utilizzato per produrre elettricità con invenzioni italiane come quella della dinamo (1864) da parte di Antonio Pacinotti (1861-1912) e del campo magnetico rotante (1888) da parte di Galileo Ferraris (1847-1897). Sono allora state costruite numerose centrali idroelettriche diffuse nel territorio, per iniziativa di imprenditori privati, spesso locali, che producevano elettricità sfruttando piccoli salti di acqua; tale elettricità era il ”carbone bianco” che, fornito alle vicine città e fabbriche, è stato il motore della prima industrializzazione italiana. Ben presto altre innovazioni tecniche hanno permesso di trasportare l’elettricità anche a grandi distanze dai generatori.

E’ stato principalmente il Nord Italia, che poteva utilizzare le forze delle acque dei fiumi che scendevano dalle Alpi, a godere dei benefici della nuova fonte di energia e non a caso l’industrializzazione moderna è nata nella Valle padana. Si sono così moltiplicate le dighe che raccoglievano le acque in alta quota e le incanalavano verso il basso attraverso condotte fino alle turbine e alle dinamo. La quantità di energia elettrica prodotta dipende infatti dal volume di acqua che attraversa le turbine nell’unità di tempo, moltiplicata per il dislivello superato dall’acqua. A poco a poco le piccole società locali sono state accorpate e assorbite da poche grandi compagnie elettriche a carattere regionale, poi multiregionale, poi nazionale. Eventi ben narrati nella monumentale “Storia dell’industria elettrica italiana”, pubblicata da Laterza in cinque volumi negli anni novanta.

Solo poche grandi compagnie potevano investire i soldi per la costruzione di grandi dighe e grandi centrali e potevano condizionare la politica in modo da ottenere l’uso privato delle acque pubbliche, assicurandosi grandi profitti. Negli anni cinquanta le pagine di fuoco scritte da Ernesto Rossi (1897-1987) e dai collaboratori de “Il mondo” contro i monopoli elettrici portarono nel 1962 alla nazionalizzazione dell’energia elettrica affidata ad un grande gruppo, l’Ente Nazionale per l’Energia Elettrica”, l’ENEL, che acquistò con soldi pubblici tutte le società elettriche al fine di assicurare in tutto il paese, nel Nord come nel Sud, fino alle piccole isole, elettricità sufficiente e allo stesso prezzo per tutti.

Se il Nord era privilegiato, anche nel Sud si erano formate compagnie elettriche che utilizzavano le acque dei torrenti appenninici, in Abruzzo e Molise, in Calabria, in Sicilia, in Sardegna. La Puglia, con pochi fiumi da utilizzare a fini idroelettrici era però attraversata da un “fiume artificiale” invisibile, quello dell’acqua trasportata mediante un grande canale attraverso l’Appennino dalle sorgente del Sele, in Campania, passando attraverso sifoni e vasche di raccolta. La forza di tale acqua, in discesa verso le pianure pugliesi, poteva essere catturata sotto forma di energia idroelettrica e a tal fine sono state costruite alcune centraline che sono state in funzione dagli anni venti fino ai primi anni settanta del Novecento: ironicamente le centrali idroelettriche vennero chiuse propria quando stava cominciando l’aumento del prezzo del petrolio e alla vigilia della prima grande crisi petrolifera del 1973, proprio quando si pensava di ricorrere alle fonti energetiche rinnovabili, come appunto quella dell’acqua in movimento, per uscire dalla dipendenza dal petrolio.

Adesso che siamo di nuovo in piena crisi petrolifera, che si ricomincia a considerare le fonti energetiche rinnovabili, opportunamente l’Acquedotto Pugliese ha riattivato, con nuove attrezzature e tecnologie, una delle sue centrali idroelettriche abbandonate. Quella avviata di recente sfrutta un salto di circa 120 metri fra una camera di carico nella Murgia e la camera smorzatrice, al terminale del canale principale dell’acquedotto, vicino Villa Castelli, in provincia di Brindisi. La centrale ammodernata ha una potenza di circa 450 chilowatt ed è in grado di produrre alcuni milioni di chilowattore all’anno. Altre due centrali idroelettriche dell’Acquedotto Pugliese potranno essere riattivate.

Si potrebbe fare di più? In Italia esiste una potenziale disponibilità di energia idrica “solare” di circa 200 miliardi di chilowattore all’anno, ma le risorse idriche utilizzate in Italia forniscono appena una quarantina di miliardi di chilowattore all’anno di elettricità, una piccola frazione rispetto alla produzione totale netta di elettricità di circa 305 miliardi di chilowattore nel 2008. Per recuperare elettricità dall’energia idrica “solare” occorre regolare il corso dei fiumi con opere che, peraltro, sono accompagnate talvolta da effetti ambientali negativi e da modificazioni degli ecosistemi, da valutare attentamente in anticipo.

Molti impianti idroelettrici di minori dimensioni possono, peraltro, utilizzare piccoli salti d’acqua, molto diffusi anche nelle Alpi e negli Appennini italiani. Opportuni interventi territoriali, ben progettati con attenzione ecologica, consentirebbero di aumentare la produzione di energia idroelettrica, di aumentare la disponibilità di acqua per le città, le industrie e l’agricoltura, di difendere il suolo per evitare frane e alluvioni, in un quadro integrato. Con opere adeguate, nelle valli alpine e appenniniche e nelle isole e anche rimettendo in funzione piccole centrali idroelettriche abbandonate, sarebbe possibile raddoppiare la produzione idroelettrica italiana.

A questo scopo occorre fare un inventario delle risorse idroelettriche che sono state usate in passato, che sono state abbandonate da una “modernizzazione” affrettata e miope e che, con le attuali conoscenze tecniche e scientifiche, potrebbero contribuire alla crescita economica e allo sviluppo sociale dell’Italia, soprattutto nelle zone di collina e montagna.

h4{color:#FFFFFF;}. Giorgio Nebbia