• Articolo , 7 luglio 2011
  • Il dopo referendum? Boom delle rinnovabili, ma con serietà

  • Stiamo assistendo ad un cambio di approccio sui futuri scenari energetici del nostro paese: prima si parlava di diversificazione col paradigma “più carbone e meno gas”, poi meno idrocarburi e più nucleare, adesso, in modo inequivocabile, quali rinnovabili sono più disponibili e convenienti. Una rivoluzione epocale che cambierà il nostro modo di vivere. Il vero pericolo? I protagonismi e la miopia del nostro settore…

Dopo l’esito (scontato) del referendum sul nucleare non sono mancate, e continueranno a non mancare, le Cassandre che prefigurano un drammatico futuro per il nostro paese.
Non è così. Per rendersene conto basta guardare al dibattito – questo sì serio – avviato in Germania dopo la decisione di fuoriuscire dal nucleare. Per quanto la non programmabilità della generazione da rinnovabili sia problema in buona parte risolvibile con un approccio diversificato (le biomasse sono programmabili, per la legge dei grandi numeri la moltiplicazione degli impianti a rinnovabili ne riduce l’aleatorietà, esistono diversi sistemi di accumulo, le reti intelligenti faranno la loro parte), si deve pur sempre disporre di impianti a funzionamento certo e sufficientemente flessibile per compensare in tempo reale deficit produttivi da parte delle rinnovabili. Questi impianti esistono: sono i cicli combinati, che in Germania coprono però poco più del 15% della produzione elettrica. Di qui l’importanza di programmarne altri in parziale sostituzione degli impianti nucleari che verranno dismessi.

In Italia abbiamo una situazione diametralmente opposta. L’apporto dei cicli combinati alla generazione elettrica è oggi superiore al 50%, ma la loro sovraccapacità rispetto alla domanda fa’ sì che siano costretti a funzionare mediamente per un numero di ore inferiore all’ottimale. Come è emerso con chiarezza il 5 giugno scorso dalla tavola rotonda sul tema “L’impatto delle rinnovabili sul disegno e sul funzionamento del mercato elettrico”, organizzata in concomitanza con la presentazione della relazione annuale del GME, si tratta di introdurre strumenti come il capacity payment, che incentivino i produttori a rendere disponibili impianti a cicli combinati in grado di intervenire immediatamente su richiesta, per rendere compatibile un elevato apporto delle rinnovabili alla generazione elettrica del nostro paese.

Stiamo insomma assistendo a un cambio di paradigma, che comporta però anche una connotazione nuova da attribuire ad alcune parole. Finora, infatti, nel gergo energetico diversificare (diversificazione) di norma ha significato più carbone e meno gas, oppure meno idrocarburi e più nucleare, oppure gas non convenzionali in sostituzione di quelli convenzionali.
Viceversa, nel panorama italiano prossimo venturo queste parole andranno principalmente riferite alle scelte da operare fra le diverse opzioni disponibili all’interno delle tecnologie che utilizzano le rinnovabili. Non è cambiamento da poco, che può contribuire a trasformare in senso comune il concetto che le rinnovabili saranno centrali in qualsiasi politica energetica che guardi al futuro (cioè al di là del proprio naso). Si badi bene, senso comune che latita anche all’interno del nostro mondo, altrimenti non si spiegherebbero le persistenti diatribe volte a riaffermare che il proprio verde è più verde degli altri.