• Articolo , 8 novembre 2010
  • Il referendum sul nucleare compie 23 anni, ecco perché ricordarsene

  • Sono trascorsi ventitre anni dalla data della consultazione referendaria con cui gli italiani decisero di abrogare le norme che consentivano lo sviluppo del nucleare anche in Italia. Un anniversario che va ricordato anche alla luce di quanto è accaduto in questi anni nel nostro Paese

Ci sono anniversari e anniversari. Quelli che si festeggiano, si aspettano e che magari ancora oggi indignano o sollevano le coscienze. E poi ci sono quelli che passano sotto silenzio, come se il tempo ne avesse sbiadito il contenuto e fiaccato la forza. Anniversari che non celebrano conquiste militari o la ritrovata unità nazionale, ma semplicemente un consenso, quello popolare, che su una questione, ventitre anni fa, fu molto più che un esercizio di opinione. L’8 novembre 1987 gli italiani furono chiamati ad esprimersi su tre quesiti referendari importantissimi per decidere, in sostanza, quale futuro energetico avrebbero preferito per la loro nazione che da quel momento in poi virò verso una forma di autosufficienza non nucleare. Tre quesiti che chiedevano agli aventi diritto di esprimersi sull’abrogazione delle norme che, ad esempio, stabilivano dei contributi di compensazione agli enti locali per la presenza sul proprio territorio di centrali nucleari o a carbone o l’esclusione della possibilità per l’Enel di partecipare alla costruzione di centrali nucleari all’estero. Quesiti su cui più di venti anni fa l’informazione faceva ancora eco al disastro di Chernobyl, riportando giorno per giorno la conta dei danni, il bilancio delle possibili ripercussioni sull’ambiente e traghettando dentro tutte le case d’Italia le immagini di quel disastro e un allarme, a volte esasperato, sulla nocività degli alimenti anche a distanza di centinaia o migliaia di chilometri dall’esplosione del reattore nucleare.

Quando i quesiti furono pronti per essere segnati da una croce nel segreto dell’urna alcuni erano magari troppo piccoli per accedere al seggio ma quella di quel referendum fu una data che in ogni famiglia non fu accompagnata da indifferenza. In moltissimi (le urne alla fine avrebbero detto che a recarsi a votare su circa 45 milioni di aventi diritto furono poco più di 29.800.000 quelli che in quell’urna entrarono per esprimere un’opzione) scelsero di mettersi in fila, aspettare il proprio turno con il certificato elettorale in mano e segnare la scelta uscendo, in tutti i casi, con la coscienza sollevata. 29.800.000 italiani: una porzione di popolazione di maggiorenni che oggi probabilmente non sarebbe equiparabile neanche agli spettatori medi di una finale dei mondiali di calcio. Cosa significava portare alle urne trenta milioni di italiani per esprimersi sul nucleare? Ma soprattutto, considerando che il voto per una consultazione referendaria non è stabilito nel novero dei doveri del buon cittadino, cosa spinse quei trenta milioni di italiani a votare? Il vero significato di quella presenza massiccia alle urne fu una presa di coscienza come mai era accaduto su un tema “energetico”. Significava decidere per sé, ma anche un po’ per gli altri. Essere responsabili che qualunque fosse stato l’esito il proprio voto non andava dato a caso. E allora anche gli orientamenti a segnare un “si” o un “no” furono trasversali alle opinioni politiche e al credo laico dello stato. In gioco c’era il futuro, soprattutto di quei bambini che, piccoli e minorenni, alle urne non avrebbero avuto accesso. L’esito, che ognuno di noi conosce e che segnò quella data sul calendario come un appuntamento importante innanzitutto con la democrazia e con la consapevolezza della scelta, anche in tema di energia, fu festeggiato da molti e deriso da alcuni, ma non suscitò indifferenza. Come accade rievocando particolari momenti di tensione o appuntamenti importanti con la storia, qualcuno ancora oggi potrebbe fare correre i ricordi a quelle consultazioni, all’emozione dell’esprimere il proprio consenso o l’attesa davanti alla tv per conoscere i risultati dello spoglio di tutte le schede.

Ora che di anni ne sono passati ventitre sembra che quella data rossa sul calendario se la siano dimenticati in tanti e che ricordare “l’8 novembre” non abbia alcun senso. Non solo perché non ci sono vittorie militari da celebrare o perché l’ “8” fa venire in mente il mese di settembre e l’armistizio. Ma perché festeggiare un esercizio di democrazia sembra anacronistico in un paese in cui anche la volontà popolare può essere spinta a cambiare, magari a colpi di spot. Un cambiamento reso necessario da una crisi economica che morde le aziende e i consumatori e spinge a pensare anche al nucleare come ad una exit strategy. L’8 novembre 1987 andrebbe ricordata come data in cui sono state innanzitutto le istituzioni a mostrare rispetto per la volontà popolare uscita dalle urne.
E allora è opportuno chiedere cosa sia cambiato, se è cambiato qualcosa. E senza fare un lungo elenco di annunci, decisioni o di accordi stretti con altri paesi per potenziare la ricerca nel campo nucleare, basta ripercorrere i titoli degli ultimi giorni per avere un’idea di cosa stia accadendo. Come in una stanza in cui negli anni, per il semplice aggiornarsi delle stagioni, occorre modificare la mobilia dando di volta in volta una mano di pittura fresca, anche per il nucleare italiano le mani di pittura sembrano avere cancellato una decisione consapevole. Spostando nella soffitta tutti i pezzi che non creavano armonia della stanza abbiamo iniziato a sedare l’allarmismo e a ricercare più informazioni. In questo la tv ci è stata compagna, ma qualche volta anche “cattiva maestra”. E se ventitre anni fa guardavamo con attenzione alla possibile spiegazione scientifica degli effetti sulle generazioni a venire delle radiazioni, ora anche i reportage d’oltralpe non riescono a suscitare la stessa attenzione.
Poi è venuta la volta di togliere anche il vecchio televisore dalla stanza e di sostituirlo con lo schermo del pc che ci regala quotidianamente una marea di informazioni controverse, convulse e spesso inattendibili che non riescono a chiarire il quadro dei dubbi. Se ventitre anni fa ci si era recati alle urne pensando al futuro del pianeta e dei propri figli, oggi, pensando con una prospettiva che si allarga ai prossimi 50 anni, si pensa al futuro energetico delle prossime generazioni come ad un’assicurazione sulla vita. Un’assicurazione che deve essere garantita in termini di benessere puntando anche sul nucleare, se necessario, perché “se è vero che importiamo l’energia prodotta dalle centrali nucleari della Francia, tanto vale produrla noi”. E se è altrettanto vero che potrebbe accadere qualcosa oltre confine “comunque avrebbe delle ripercussioni qui e saremmo condannati anche noi”. E poi pensiamo all’economia, alla necessità di crescita e allo slancio delle imprese. Come si fa senza un’assicurazione energetica permanete? Chi potrebbe tanto quanto il nucleare in Italia? La risposta che prevedrebbe l’opzione B delle rinnovabili sembra non convincere neanche i ministri che nel piatto energetico nazionale non hanno le idee chiare, e, non volendo scegliere se rinunciare all’una o all’altra risorsa, pensano a un “sano” bilanciamento delle due.

E anche quando apprendiamo che sono stati nominati i vertici dell’agenzia per la Sicurezza Nucleare, l’organo che dovrà gestire il percorso per il ritorno del nucleare in Italia e che il possibile avvio dei cantieri potrebbe scattare all’inizio del 2014, secondo le ultime dichiarazioni del sottosegretario allo Sviluppo Economico con delega all’Energia Stefani Saglia, ci suona meno minaccioso un possibile avvio delle “prime unità prima del 2020”. In quel caso di anni ne passerebbero almeno altri dieci e forse, spostando i mobili e continuando a pitturare la stanza la potremmo trasformare in un comodissimo loft. E poi peccato se la spazzatura dovremo lasciarla sul balcone e se per le scorie radioattive non saranno mai pronti adeguati siti di stoccaggio. Ci penserà, come ha fatto in questi giorni, la Commissione Europea a dettare la strada con una direttiva per dare un quadro normativo il più possibile armonico in tutti i paesi dell’Unione per smaltire e stoccare il combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi.
Ed ecco che i nostri pensieri e ricordi si fanno vaghi, non ci ricordiamo neanche di avere votato ventitre anni fa. Sì, per cosa? Erano tre i quesiti? E cosa prevedevano? Ma soprattutto quanto ne sappiamo in più oggi rispetto ad allora? Qualcuno di noi pensa al nucleare solo quando avviene un disastro, si riattivano i due reattori nucleari di ricerca del centro Enea di Casaccia o quando le potenze mondiali lo sventolano come arma per ottenere il timore e la reverenza della comunità internazionale. Pensiamoci anche oggi, a ventitre anni di distanza da quel 8 novembre 1987.