• Articolo , 9 agosto 2009
  • Il ritorno dei mulini

  • L’Acquedotto Pugliese ha recentemente riattivato una delle piccole centrali idroelettriche che erano state costruite oltre mezzo secolo fa e che erano poi state abbandonate.

Nel Parco del Pollino, in Basilicata, saranno presto restaurati, per ora a fini didattici e dimostrativi, due mulini: quello di San Severino Lucano che era alimentato dalle acque del torrente Frido, un affluente del Sinni che sbocca nel Mar Ionio, e quello di Viggianello, che era alimentato dalle acque del Mercure, un affluente del Lao che sbocca nel Tirreno.
I mulini e le ruote tenute in moto dall’acqua hanno una lunga storia che risale alla Cina, alla Mesopotamia e un po’ a tutte le civiltà fluviali. Nel Mediterraneo erano utilizzati già qualche secolo prima di Cristo e poi si sono diffusi nel mondo islamico e poi in tutto il mondo, fino ai nostri giorni, continuamente perfezionati. L’evoluzione dei mulini ad acqua fa parte di una speciale scienza, la “molinologia”, diffusa in Italia per merito dello studioso trentino Giuseppe Sebesta (1919-2005), ma oggetto di studio in molti altri paesi, fra cui Spagna, Inghilterra, Stati Uniti, eccetera. Per la costruzione dei mulini ad acqua è stato utilizzato il legno, con tecnologie raffinate, fino alla seconda metà del Settecento quando John Smeaton (1724-1792) costruì le prime ruote in ferro.

I mulini ad acqua sono stati utilizzati, oltre che per macinare cereali, anche come fonti di energia per pompe, filatoi, segherie di legno, magli, per la lavorazione dei minerali e dei metalli, e dovunque occorreva energia meccanica. La “molinologia” è importante per almeno tre motivi; il primo è che si tratta di un capitolo poco esplorato delle innovazioni tecniche e della loro trasmissione dall’Oriente all’Occidente. Il secondo perché si tratta di un trascurato aspetto dell’utilizzazione dell’energia solare; oltre a produrre calore e elettricità nei pannelli solari e a provocare il vento che fa girare i motori eolici, il Sole tiene in moto il grande ciclo dell’acqua che, scendendo dalle alture verso il mare, continuamente, ogni anno, porta con se una grandissima quantità di energia meccanica, quella, appunto, che muove le ruote dei mulini e delle turbine delle centrali idroelettriche.

Ma soprattutto interessa perché dovunque esiste un mulino c’è una disponibilità di energia idrica, rinnovabile, pulita, che potremmo utilizzare con successo. Del resto l’industrializzazione italiana, soprattutto nella valle padana, è stata proprio legata, già nell’Ottocento, al “carbone bianco”, come si chiamava l’energia idroelettrica prodotta dapprima in piccole centrali diffuse nel territorio, spesso chiuse quando i grandi monopoli elettrici italiani hanno trovato più “economico” costruire grandi dighe e laghi artificiali per aumentare il dislivello dell’acqua che doveva far girare le turbine e produrre elettricità.

Adesso che si cercano fonti energetiche rinnovabili, pulite, sarà bene occuparsi della parte ancora inutilizzata del grande potenziale energetico idrico del nostro paese. L’energia idrica che alimentava vecchi mulini abbandonati può fornire, con miniturbine, elettricità alle famiglie o comunità locali o può essere “venduta” alle reti elettriche nazionali come avviene, con notevoli profitti assicurati da leggi statali, per l’energia elettrica prodotta dalle centrali eoliche e da quelle fotovoltaiche.

Dove cercare fonti di energia idrica ancora utilizzabili? Tanto per cominciare andando a cercare, nell’indice delle carte geografiche del Touring Club e negli elenchi dei codici di avviamento postale, per non citare le inesauribili risorse di Internet; le località che hanno ancora il nome ”mulino” o “molino”, sparse lungo i corsi di acqua e i torrenti minori, e ce ne sono tante anche nel Mezzogiorno, in Puglia, Basilicata, Calabria. Talvolta le macchine idriche sono andate distrutte e ne rimane solo il nome, a ricordare che lì c’è stato, e c’è ancora, un potenziale di energia idrica; talvolta i mulini sono stati ristrutturati e trasformati in ristoranti o alberghi, ma anche in questo caso il loro nome denuncia (e avverte gli interessati) che lì intorno c’è acqua in movimento che potrebbe essere messa al lavoro di nuovo per dare, questa volta, elettricità, anche in rilevanti quantità.

La massa di acqua che scorre sul territorio italiano dalle zone di collina e montagna verso il mare ammonta, all’incirca, a 150 miliardi di metri cubi all’anno. L’energia “contenuta” in questa acqua in continua discesa è stimata di circa 80 miliardi di chilowattore all’anno, ma le centrali idroelettriche italiane ricavano ogni anno appena circa 40 miliardi di chilowattora con una potenza di circa 20.000 megawatt. Si può ben dire che nelle valli italiane sono nascosti molti altri megawatt di energia che aspettano chi abbia voglia di localizzarli e di metterli al lavoro per un’economia elettrica non inquinante.

Siamo d’estate, molti studenti sono in vacanza, alcuni nelle colline o montagne italiane; vorrei invitarli a guardarsi intorno o a chiedere ai genitori o ai nonni dove ricordano che ci fossero dei mulini. Volendo potrebbero andare a cercarli e fotografarli; molti si trovano in mezzo ai boschi o nelle valli, talvolta ridotti a ruderi, ma ancora ben riconoscibili. Al ritorno a scuola, a settembre, i volonterosi insegnanti di geografia potrebbero raccogliere i risultati e ben presto si otterrebbe una mappa del potenziale energetico delle nostre valli, ricco anche nel Mezzogiorno, e ne verrebbe un utile contributo ad un futuro basato su fonti energetiche rinnovabili e pulite, uno stimolo alla produzione di minicentrali idroelettriche e alla realizzazione di un ambiente migliore.

h4{color:#FFFFFF;}. Giorgio Nebbia