• Articolo , 24 agosto 2007
  • Il significato dell’impronta ecologica

  • Che cos’è l’Impronta Ecologica? Quanto incide la nostra “fame di risorse” sul Pianeta? Come deve cambiare il nostro stile di vita per non compromettere la salute della Terra? Quali sono i rischi futuri e quali le possibilità per la salvaguardia dell’ambiente?

In questi giorni di incendi che hanno minacciato le aree verdi più belle d’Italia, di accese discussioni su inquinamento, temperatura (il picco del consumo energetico negli ultimi anni si verifica proprio nei mesi estivi, dato dai milioni di condizionatori accesi per migliorare la nostra vita negli ambienti chiusi di casa e ufficio) e cambiamenti climatici, più in generale sul futuro della Terra, che pare dovremo “rottamare” entro il 2050 se nulla cambia rispetto alla nostra condotta di vita, vale la pena domandarsi quanta parte di responsabilità ha ognuno di noi, singolarmente o come Regione del Mondo, Nazione o Continente, sulla distruzione delle risorse primarie disponibili, per riflettere su quanto poco si fa e quanto ancora si potrebbe o si dovrebbe fare a breve e lungo termine per ridurre l’impatto della nostra presenza sul mondo. Per capire come e perché la NEF (New Economics Foundation) possa dichiarare che la Terra sarà in “debito ecologico” a partire dal 9 ottobre prossimo, esiste uno strumento statistico, brevettato dagli studiosi Mathis Wackernagel e William Rees (che hanno introdotto questo concetto nel 1996), che valuta l’impatto ambientale dei consumi, partendo dal concetto che tutte le attività umane si prelevano risorse naturali, comportando enormi costi ambientali che per essere quantificati vengono calcolati in metri quadri o ettari di superficie. Si tratta dell’impronta ecologica, che periodicamente il WWF aggiorna nel Living Placet Report, nella sua versione locale e mondiale. L’Italia è monitorata a scala nazionale, regionale e locale dal Cras (Centro ricerche applicate per lo sviluppo sostenibile). Per fare questo calcolo si tengono in considerazione, per ogni bene consumato, le quantità e il loro rendimento, ottenendo il corrispondente della superficie consumata. Per valutare il consumo di energia invece, si tiene conto delle tonnellate equivalenti di carbonio prodotte e si calcola quanta superficie di terra “forestata” sia necessaria per assorbirle. Il calcolo dell’impronta ecologica è piuttosto complesso, poiché prende in considerazione diversi fattori: terreno per l’energia (terreno forestato necessario ad assorbire l’anidride carbonica); terreno agricolo; pascoli; foreste( superficie destinata alla produzione di legname); superficie edificata (insediamenti abitativi, impianti industriali, aree servizi, strade); mare. I diversi apporti vengono introdotti in un foglio di calcolo o in formule specifiche che riducono le superfici in misure comuni, attribuendovi un peso proporzionale. In questo modo viene individuata l’”area equivalente” necessaria a produrre la quantità di biomassa sfruttata da un individuo o da un gruppo, misurata in “ettari globali” (gha), a partire dalla realtà locale per arrivare alla situazione mondiale, passando attraverso regioni e nazioni. La formula usata ufficialmente è riportata nella figura e indica la sommatoria di tutti i consumi (Ei è l’impronta ecologica derivante dal consumo Ci del prodotto i-esimo e qi, espresso in ettari/chilogrammo, è l’inverso della produttività media per il prodotto i-esimo). Per ottenere l’impronta ecologica pro capite è necessario semplicemente dividere per la popolazione residente nella zona presa in considerazione. Dagli anni Sessanta ad oggi, secondo gli studi effettuati da Mathis Wackernagel, l’umanità ha quasi raddoppiato la propria capacità di consumo, passando dal 70% di consumo rispetto alla capacità globale di bioproduttività della biosfera, al 120% (risultato al 1999). Ciò vuol dire che ad oggi stiamo consumando più di quanto la Terra non riesca a produrre, con la conseguenza che il cosiddetto “capitale naturale” di risorse rinnovabili è in continua diminuzione a causa della corsa forsennata ai consumi. Il Living Planet Report (rapporto biennale pubblicato dal WWF in collaborazione con il World Conservation Monitoring Centre, WCMC, del Programma Ambiente delle Nazioni Unite, UNEP. L’ultimo è del 2004) è la pubblicazione in cui sono stati presentati il calcolo delle impronte ecologiche di tutti i Paesi del mondo e l’analisi dell’evoluzione dell’impronta ecologica dagli anni Sessanta a oggi. L’Italia dal canto suo è responsabile di una buona fetta di consumi, tanto da avere un’impronta ecologica pro capite del valore di 4,2 gha, numero piuttosto alto se consideriamo che quella mondiale è 2,8 gha, ma entrambi sono valori in continua crescita (figura 2 Global Footprint Network). Abbiamo detto che per il calcolo dell’impronta ecologica sono disponibili alcuni fogli di calcolo molto semplici da utilizzare e di lettura immediata, che ci danno risultati di facile lettura. Quello più conosciuto a livello istituzionale e utile a livello didattico, è pubblicato sul sito del WWF e consultabile alla pagina web http://www.wwf.it/ambiente/sostenibilita/calcoloimpronta.asp. E’ completo e di facile utilizzo e contempla abitudini alimentari, spese annuali per abbigliamento e calzature, composizione del nucleo famigliare, caratteristiche della propria abitazione, utilizzo dei mezzi di trasporto e chilometri percorsi ogni giorno con gli stessi. Un altro foglio di calcolo, forse ancora più completo, è costituito da un foglio Excel elaborato dal centro ricerche “Best Foot Forward” per il progetto Indicatori Comuni Europei, che è costituito da quattro fogli in cui inserire i dati, confrontare tabelle e grafici e leggere i risultati, che si basano sui consumi quotidiani, dall’utilizzo di mezzi pubblici e privati alle abitudini alimentari, in modo molto simile a quello del WWF, ma dal riscontro immediato attraverso domande più approfondite la possibilità di un confronto tra impronta pro capite, impronta mondiale e biodisponibilità. Quest’ultimo strumento di calcolo si avvale inoltre di una tabella elaborata dal GLT Impronta della rete Lilliput (una rete di associazioni e singoli cittadini nata nel 1999). Nella condizione economico-sociale di iper-consumo in cui ci troviamo oggi, sembra proprio che l’unica soluzione possibile possa essere la “regressione”, un ritorno alle origini che preveda il ripristino delle condizioni di biodisponibilità degli scorsi decenni, ricreando l’equilibrio tra produzione, consumo e rigenerazione delle risorse naturali. Ma allora cosa possiamo fare per cambiare le cose? A questo proposito Serge Latouche, professore di Scienze Economiche all’Università di Paris-Sud, in Francia, ed esponente di riferimento del movimento altermondialista, ha elaborato una sua propria tesi che ha battezzato le “8 R della decrescita”, che partendo dalle storiche 3 R (Recupero, Riciclo, Riuso), evolvono verso una visione più completa del problema, per intravedere una soluzione possibile. Le azioni indispensabili alla cosiddetta decrescita sono: Rivalutare (i valori come l’altruismo, la cooperazione, il locale, ecc.), Ricontestualizzare (attraverso la concezione della differenza tra ricchezza e povertà secondo le risorse, per non trasformare abbondanza in scarsità), Ristrutturare (le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita) , Rilocalizzare (ovvero consumare i prodotti locali, per lo sviluppo sostenibile di una economia locale), Ridistribuire (garantire a tutti l’accesso alle risorse naturali per un’equa distribuzione della ricchezza), Ridurre (l’impatto sulla biosfera), Riutilizzare (riparare ciò che è rotto, trovandone un nuovo uso e allontanando l’abitudine dell’usa-e-getta), Riciclare (per ridurre lo spreco e i rifiuti). La “società della decrescita”, come la definisce Latouche, deve diminuire se non eliminare gli effetti negativi della crescita, ovvero dello sviluppo “insostenibile”, attraverso l’attivazione di circoli virtuosi che partano dalla modifica del nostro stile di vita. Forse questa non è che l’ipotesi di un singolo, sebbene esponente di alta cultura e voce illustre, ma è un’idea concreta per modificare realmente il comportamento del singolo e delle comunità, per una maggiore consapevolezza del nostro “peso” sul Pianeta e un futuro sostenibile. Inoltre è stata fondata da poco l’associazione Impronta Ecologica, con sede a Lavis, Trento, che ha lo scopo di promuovere iniziative di informazione e sensibilizzazione alla salvaguardia dell’ambientale, al risparmio e all’efficienza energetica e al consumo critico. Anche questo è un piccolo ma importante passo verso l’educazione alla sostenibilità delle nostre azioni pensando alla sopravvivenza della Terra.