• Articolo , 11 luglio 2008
  • Italia, emergenza energia

  • Il sistema produttivo italiano risulta oggi troppo costoso e vulnerabile a causa di un’eccessiva dipendenza energetica dall’estero

La questione energetica in Italia è stata recentemente riportata in primo piano dal Ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola con affermazioni sul possibile rilancio del nucleare nel nostro Paese, e, cosa più importante, sulla necessità di un nuovo Piano Energetico Nazionale.
L’annuncio, forse un po’ ad effetto, ma comunque seguito dal parere favorevole di buona parte del mondo politico e industriale italiano, è il primo passo dell’attuale Governo nell’affrontare l’emergenza energetica.
Il sistema energetico italiano è da sempre intrinsecamente fragile per una cronica dipendenza dall’estero, vista la mancanza di consistenti riserve di materie prime nel nostro territorio.
La produzione nazionale di energia elettrica, in particolare, non solo avviene per più dell’80% con combustibili fossili, che devono essere quindi importati da Paesi esteri, ma non riesce neppure a coprire interamente la richiesta totale nazionale (consumi effettivi più perdite di rete).
Il bilancio elettrico ci dice che nel 2006 (i dati del 2007 e 2008 sono ancora incompleti e provvisori) sono stati importati da fornitori esteri 46.596 GWh, pari a ben il 14% della richiesta totale italiana di elettricità (GRTN-TERNA). L’acquisto diretto dall’estero risulta conveniente all’Italia attraverso un’elevata importazione notturna, soprattutto da Svizzera e Francia, quando cioè il surplus di energia prodotta dalle centrali nucleari transalpine può essere acquistato ad un costo relativamente basso.

Considerando quindi l’importazione sia di materie prime, sia di elettricità, l’Italia dipende dall’estero per ben l’89% del proprio fabbisogno energetico (valore dato dalla produzione termoelettrica più gli scambi di energia con l’estero).
Questa eccessiva dipendenza estera genera un sistema produttivo instabile e fortemente soggetto alle variazioni del prezzo del petrolio, perciò vulnerabile. Improvvise penurie nella fornitura dei combustibili o improvvisi aumenti dei prezzi degli stessi (le quotazioni del greggio si aggirano oggi attorno ai 140 dollari al barile) potrebbero paralizzare il Paese, come già avvenuto nell’estate 2003 con i blackout e come sta avvenendo oggi con la crisi nel settore dei trasporti.
Per capire le ragioni dell’attuale situazione, è utile ripercorrere gli ultimi 60 anni di storia della produzione energetica italiana.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, in pieno boom economico e industriale, la risorsa idroelettrica, fino ad allora regina della produzione elettrica italiana, non fu più sufficiente a coprire l’aumento esponenziale dei consumi. S’incominciò allora ad investire molto sulle fonti fossili e principalmente sul petrolio, con l’affermazione nel mercato mondiale dell’Agip (divenuta poi Eni). La tragedia del Vajont nel 1963 decretò poi lo stop definitivo alla costruzione di grandi dighe in territorio italiano.
Nei primi anni ‘60 l’Italia incominciò a sfruttare anche la fonte nucleare e nel 1966 era già il terzo produttore mondiale di energia atomica, dopo Stati Uniti e Gran Bretagna.
Le crisi petrolifere degli anni ’70 (1973 e 1979) ebbero come conseguenza un primo tentativo di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico per svincolarsi dall’uso del petrolio. Nel 1975 venne varato il Piano Energetico Nazionale (PEN), che prevedeva una ripresa del carbone, un forte sviluppo della fonte nucleare e la crescita dell’acquisto di energia dall’estero.
Con il blocco del programma atomico italiano, dopo il disastro di Chernobyl nel 1987, la strategia per far fronte alle sempre maggiori incertezze economiche e geopolitiche legate al petrolio fu quella da un lato di intensificare l’uso del gas naturale, combustibile più sicuro da un punto di vista sia ambientale, sia economico rispetto a carbone e olio combustibile e dall’altro di aumentare ulteriormente l’importazione di elettricità.
La tendenza nell’immediato futuro è quella di continuare questa politica di approvvigionamento, ma con una maggiore diversificazione dei fornitori esteri per diminuire i costi e i rischi.
Oggi l’Italia è il quarto importatore mondiale di gas naturale (proveniente soprattutto da Russia e Algeria) e il secondo di energia elettrica (International Energy Agency, Key World Statistics 2007). Il gas naturale è la prima risorsa per la produzione nazionale di elettricità (50,3%), mentre le fonti rinnovabili tutte insieme rappresentano ancora una quota secondaria (16,6%) (GRTN-TERNA).

È vero che idroelettrico (11,8%) e geotermico (1,8%) sono già quasi interamente sfruttati sul territorio italiano e quindi offrono margini di crescita molto bassi. Altrettanto vero che la combustione di biomasse (2,1%) è limitata da impatti ambientali non trascurabili. Eolico e solare fotovoltaico, invece, che oggi danno un contributo poco significativo (0,9% e 0,001% rispettivamente), avrebbero le potenzialità per svilupparsi maggiormente.
In Italia, però, al contrario per esempio che in Spagna e in Germania, s’investe molto poco nelle energie alternative a causa probabilmente di leggi e obiettivi nazionali poco chiari. I potenziali investitori, visti i costi ancora elevati di queste tecnologie (specialmente del fotovoltaico) e non avendo normative chiare di riferimento, si fanno perciò scoraggiare dai forti rischi di aleatorietà nella produzione (sole e vento non sono costanti). Gli incentivi statali, elargiti con il famoso CIP 6 del 1992, si sono rivelati evidentemente insufficienti a far decollare il settore.
Il risultato del “mix energetico” italiano, troppo sbilanciato verso il gas naturale e l’importazione di energia estera, è un prezzo della corrente elettrica per gli utenti finali mediamente più alto che nel resto d’Europa. Nel gennaio 2007 l’elettricità costava in Italia, al netto delle tasse, 165,8 €/MWh per uso domestico e 98,3 €/MWh per uso industriale contro i rispettivi 120,5 €/MWh e 80,3 €/MWh della media europea (Aspo Italia).
La liberalizzazione del settore elettrico e la privatizzazione dell’Enel, avviate nel 1999 con il Decreto Bersani, avrebbero dovuto favorire il contenimento dei costi attraverso l’introduzione della libera concorrenza. In realtà il mercato elettrico italiano stenta a partire non solo perché l’ex monopolista mantiene ancora il primato sull’importazione delle materie prime, ma anche, e soprattutto, perché la mancanza di una chiara politica energetica nazionale ha limitato finora l’ingresso di nuovi attori.
Negli ultimi 20 anni, infatti, dopo l’ultimo aggiornamento del PEN (1988), in Italia non è stata attuata una reale pianificazione energetica. Si è preferito procedere con una serie di decisioni e provvedimenti poco organici tra loro e rispondenti più a logiche e umori del momento (lo stop al nucleare del 1987, per esempio), che a una gestione coerente dell’intero sistema.
Il PEN attuale è un documento superato perché si riferisce al quadro istituzionale e di mercato degli anni ‘70 e ‘80. Nel frattempo però lo scenario energetico nazionale (e mondiale) è mutato profondamente: il PEN non tiene per esempio conto del Protocollo di Kyoto e delle potenzialità delle energie rinnovabili.
In questa situazione confusa gli investimenti privati nel settore dell’energia sono ancora troppo scarsi. Le conseguenze sono un mercato elettrico con pochissimi concorrenti e quindi prezzi finali dell’energia ancora molto alti, e un insufficiente sviluppo delle fonti rinnovabili. Il sole e il vento sono le uniche risorse di cui godiamo in abbondanza e, se fossero sfruttate meglio e di più, permetterebbero di renderci molto meno dipendenti dall’estero (il nucleare non eviterebbe il problema visto che dovremmo necessariamente importare l’uranio).
Qualunque scelta si faccia nel futuro (ritorno al nucleare, incremento significativo delle fonti rinnovabili, politiche di risparmio energetico, eccetera), sarà necessario seguire un preciso piano di lungo termine che dia le regole di base per la gestione del sistema energetico. Solo così le singole scelte potranno risolvere definitivamente i nodi della questione energetica italiana. Le parole del Ministro Scajola sembrano andare, almeno in parte, in questa direzione.