• Articolo , 18 febbraio 2009
  • Italia, un costoso futuro nero-carbone?

  • E’ una fonte non pulita, che non ridurrà la bolletta energetica: parola del documento “Stop al carbone 2009”

Le 12 centrali a carbone italiane pesano sull’ambiente e sul conto da pagare per la violazione dei vincoli imposti dalla direttiva europea sull’Emission trading scheme (ETS). Lo dicono i dati di ““Stop al carbone 2009””:http://www.legambiente.eu/documenti/2009/0218_dossier_noCarbone2009/Stopalcarbone2009-Dossier.pdf, il dossier pubblicato oggi da Legambiente ed in cui l’associazione disegna una mappa delle emissioni di biossido di carbonio nel 2007 di tali centrali ed una stima di quelle future con i nuovi impianti. E il messaggio che il documento porta con sé è chiaro: potenziare l’uso del carbone per la produzione di energia elettrica, come previsto dalle attuali scelte governative, è una scelta sbagliata e controproducente per l’economia del Paese. Le 12 centrali funzionanti in Italia – scrive Legambiente – “producono il 14% del totale dell’energia elettrica a fronte dell’emissione del 30% dell’anidride carbonica liberata per la produzione complessiva di elettricità: 42,5 milioni di tonnellate di anidride carbonica, cioè 3,7 milioni di tonnellate in più rispetto ai limiti dalla direttiva europea sull’ETS, nel 2007. Se dovessero partire anche i nuovi impianti già autorizzati o in corso di valutazione, si aggiungerebbero altri 38,9 milioni di tonnellate di CO2”.
Il dossier smonta il mito del cosiddetto “Carbone pulito”: “anche le centrali di nuova generazione come quella di Civitavecchia, infatti, non riescono a scendere al di sotto dei 770 g di CO2 per kWh, quasi il doppio di quello che emette una moderna centrale a ciclo combinato a gas naturale”.

Nel biennio 2005- 2007 questa fonte è riuscita addirittura ad aumentare il proprio contributo di gas serra in controtendenza rispetto al settore termoelettrico che ha invece, per quel periodo, segnato un meno. A livello di impianti quelli a maggiori emissioni di CO2, spiega il documento, “sono, nell’ordine, la centrale Enel di Brindisi Sud (14,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica, a fronte di un limite Ets di 13,4), la centrale ex Endesa, oggi E.On, di Fiume Santo in provincia di Sassari (4,3 milioni di tonnellate, +0,7 rispetto al limite Ets) e l’impianto Enel di Fusina in provincia di Venezia (4,2 milioni di tonnellate, -0,6 rispetto al limite Ets)”. E se a queste si sommano anche il contributo degli altri progetti già autorizzati o in corso di valutazione presso la Commissione Via nazionale si arrivano a toccare i 38,9 milioni di tonnellate di CO2, rispetto ai 42,5 emessi nel 2007. “Quasi un raddoppio delle emissioni climalteranti di cui dovremmo fare assolutamente a meno, visto che secondo il 20-20-20 tra il 2013 e il 2020 tutti gli impianti industriali europei, comprese le centrali termoelettriche, dovranno ridurre le loro emissioni del 21% rispetto a quelle del 2005”.
Dato ancor più preoccupante quanto tutto questo inciderà sull’economia nazionale: “Per coprire gli 8,7 milioni di tonnellate di CO2 emessi oltre ai valori consentiti dalle nostre centrali a carbone tra il 2005 e il 2007, 100 milioni di euro sono già stati scaricati in bolletta. Causa il ritardo crescente accumulato dall’Italia nella lotta ai cambiamenti climatici e i limiti sempre più stringenti fissati dall’Unione europea, il costo del kWh da carbone è destinato ad aumentare, a scapito delle tasche dei consumatori”.