• Articolo , 1 aprile 2009
  • L’energia del “carbone bianco”

  • Nel gran parlare che si fa di fonti energetiche rinnovabili, ci si dimentica troppo spesso che l’energia ricavabile dal moto delle acque è una delle importanti forze derivate dal Sole.

Il calore solare provoca l’evaporazione dalla superficie del pianeta Terra e la successiva ricaduta sotto forma di pioggia o neve, di circa 400.000 miliardi di tonnellate di acqua all’anno. Di queste, circa 100.000 miliardi di tonnellate all’anno ricadono sulle terre emerse; nel superare i dislivelli delle valli, nel suo moto di ritorno verso gli oceani, l’acqua restituisce all’ambiente circostante, ogni anno, una quantità di energia superiore a tutta l’energia consumata attualmente nel mondo bruciando petrolio, carbone e metano; queste fonti energetiche fossili, una volta consumate, non si avranno mai più e, durante il loro uso, inquinano l’atmosfera e alterano il clima.

Il grande distillatore solare del pianeta fornisce continuamente non solo acqua dolce ai continenti, ma energia, ricavabile dal moto delle acque, pulita e disponibile, anno dopo anno, nella stessa quantità, è insomma la fonte energetica rinnovabile per eccellenza. Eppure l’energia idroelettrica utilizzata oggi, nel 2009, nel mondo ogni anno è di circa 3.000 miliardi di chilowattora all’anno; esistono ancora delle grandissime risorse inutilizzate potenziali di energia idrica, anche se i grandi fiumi e le grandi montagne sono in zone disabitate come le zone tropicali ed equatoriali, la Groenlandia, l’Asia centrale, eccetera.

Per recuperare elettricità dall’energia idrica “solare” occorre regolare il corso dei fiumi con opere che, peraltro, sono accompagnate talvolta da effetti ambientali negativi e da modificazioni degli ecosistemi, da valutare attentamente in anticipo. Molti impianti idroelettrici di minori dimensioni possono, peraltro, utilizzare piccoli salti d’acqua, molto diffusi anche nelle Alpi e negli Appennini italiani. In Italia esiste una potenziale disponibilità di energia idrica “solare” di circa 220 miliardi di chilowattore all’anno, ma le risorse idriche utilizzate in Italia forniscono appena una quarantina di miliardi di chilowattore all’anno di energia idroelettrica, rispetto ad una produzione totale netta di elettricità di circa 305 miliardi di chilowattore nel 2008.

Eppure opportuni interventi, ben progettati con attenzione ecologica, per la regolazione del corso dei fiumi consentirebbero di aumentare la produzione di energia idroelettrica, di aumentare la disponibilità di acqua per le città, le industrie e l’agricoltura, di difendere il suolo per evitare frane e alluvioni, in un quadro integrato. Con opere adeguate, nelle valli alpine e appenniniche e nelle isole e anche rimettendo in funzione piccole centrali idroelettriche abbandonate, sarebbe possibile raddoppiare la produzione idroelettrica italiana. Nei mesi scorsi nel paese di Cedegolo, in Val Camonica, la valle alpina lombarda percorsa dal fiume Oglio, è stato inaugurato un singolare museo e spazio educativo creati dentro una centrale idroelettrica abbandonata e restaurata. L’iniziativa, promossa dal Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia ( “www.musil.bs.it”:http://www.musil.bs.it/flash.html) ha anche il fine di ricordare che l’industrializzazione italiana è cominciata proprio con l’energia idrica, il “carbone bianco”. L’energia ricavata dal moto delle acque per oltre mille anni aveva azionato mulini, macchine tessili, cartiere, forni per il ferro.

Le valli italiane, anche quelle del Mezzogiorno, sono ancora piene di ruderi di mulini ad acqua spesso di grande interesse tecnico, tanto che il loro studio ha dato vita ad una speciale disciplina, la “molinologia”. Nella metà dell’Ottocento, dopo la scoperta che il moto di una ruota poteva essere utilizzato per produrre elettricità con invenzioni italiane come quella della dinamo (1864) da parte di Antonio Pacinotti (1861-1912) e del campo magnetico rotante (1888) da parte di Galileo Ferraris (1847-1897), si è sviluppata una rete di centrali idroelettriche diffuse nel territorio, che avevano attratto investimenti di imprenditori privati, spesso locali, e fornivano elettricità alle vicine città e fabbriche, il tutto con interventi rispettosi dell’ambiente.

Col passare del tempo le piccole centrali sono state assorbite dalle grandi società che avevano interesse a costruire grandi centrali che richiedevano grandi dighe e laghi artificiali, spesso con effetti ambientali dannosi; sono state così chiuse le piccole centrali idroelettriche che sono rimaste testimonianze di archeologia industriale. L’idea di creare un museo, con finalità educative, in una di queste centrali abbandonate ha notevole valore come strumento di informazione storica e tecnologica; una tale iniziativa suggerisce anche che, invece di ragionare in termini di grandi centrali termoelettriche a combustibili fossili o, come alcuni vorrebbero, nucleari, sarebbe il caso di pensare alle attività produttive legate al moto delle acque e ai fiumi.

Il federalismo vuole costringere le varie regioni d’Italia ad arrangiarsi, a contare di più sulle proprie forze; sarebbe quindi opportuno fare un inventario delle risorse idroelettriche che sono state usate in passato, che sono state abbandonate da una “modernizzazione” affrettata e miope e che, con le attuali conoscenze tecniche e scientifiche, potrebbero contribuire alla crescita economica e allo sviluppo sociale dell’Italia.

Qualcosa si sta muovendo; in Puglia è stata riattivata una centrale idroelettrica della potenza di 450 chilowatt che era stata costruita nel 1929 e abbandonata nel 1971 (ironicamente alla vigilia della crisi petrolifera !), alimentata dal flusso dell’acqua dell’Acquedotto Pugliese che supera un dislivello di circa 120 metri fra un serbatoio di carico e la condotta di arrivo in provincia di Brindisi. Come è noto l’Acquedotto Pugliese è alimentato da acqua che proviene dalla Campania e dalla Basilicata e scende verso la Puglia. E’ proprio questa acqua in discesa che fornisce l’elettricità.

Recuperare l’energia “contenuta” nei suoi bacini idrografici contribuirebbe a decentrare le attività produttive, a combattere l’erosione del suolo, a ridare vita a produzioni agricole e forestali abbandonate da trasformare con le nuove tecnologie rispettose dell’ambiente, a decongestionare le zone sovraffollate e inquinate. Non a caso il presidente degli Stati Uniti Roosevelt fece uscire il suo paese dalla grande crisi degli anni trenta del Novecento con un programma di opere di regolazione del corso dei fiumi per assicurare acqua ed elettricità e lavoro soprattutto alle zone arretrate del grande paese.