• Articolo , 15 luglio 2009
  • L’industria biodiesel in Europa

  • L’Unione Europea è il maggior produttore mondiale di biodiesel, con una produzione annua di circa 6 milioni di tonnellate di cui la metà nella sola Germania. Dopo anni di crescita tumultuosa, una serie di fattori concomitanti tra cui un atteggiamento globale più critico nei confronti dei biocarburanti e la concorrenza sleale del biodiesel americano – […]

L’Unione Europea è il maggior produttore mondiale di biodiesel, con una produzione annua di circa 6 milioni di tonnellate di cui la metà nella sola Germania. Dopo anni di crescita tumultuosa, una serie di fattori concomitanti tra cui un atteggiamento globale più critico nei confronti dei biocarburanti e la concorrenza sleale del biodiesel americano – il cosiddetto B99 che godeva di ingenti incentivazioni all’export dagli Stati Uniti potendo essere venduto in Europa a prezzi ipercompetitivi – hanno rallentato i tassi di crescita creando molte incertezze e perplessità circa il futuro dell’industria biodiesel.

A fornire rinnovato vigore all’intero comparto Europeo e nuove certezze agli operatori ha contribuito la nuova Direttiva 2009/28/EC sulla promozione dell’uso di energia da fonti rinnovabili, prevedendo l’obbligo, per ciascuno Stato Membro, di utilizzare al 2020 nel settore trasporti una quota minima del 10% di rinnovabili, tra cui ovviamente un ruolo di primissimo piano verrà giocato dai biocarburanti in generale e dal biodiesel in particolare.

L’industria biodiesel nasce e si sviluppa grazie all’interazione fra diversi gruppi di soggetti quali gli agricoltori ed il mondo agricolo, gli spremitori, i produttori/trasformatori industriali ed il settore petrolifero. La filiera può quindi essere sinteticamente schematizzata come segue:

* Gli agricoltori ed il mondo agricolo forniscono il feedstock necessario per la produzione di biodiesel (colza, soya, girasole, olio di palma etc).
* Gli spremitori lavorano le materie prime fornendo olio raffinato tramite successive operazioni di pre-trattamento, spremitura dei semi e purificazione dell’olio grezzo.
* I trasformatori industriali, che processano l’olio raffinato tramite transesterificazione, ottenendo biodiesel e glicerina come by-product.
* I gruppi petroliferi, che acquistano il prodotto finito e lo vendono agli utilizzatori finali, previa blending con il gasolio tradizionale al fine di ottenere una miscela che possa essere utilizzata dalle vetture senza controindicazioni per il motore.

Il fulcro dell’intero sistema è chiaramente rappresentato dai trasformatori industriali, vale a dire da un universo molto eterogeneo in termini di dimensioni, aree geografiche di attività (multinazionali vs imprese locali) ed ampiezza delle attività svolte direttamente (imprese più o meno integrate).
La seguente tabella illustra alcuni dei players principali nel settore biodiesel Europeo:

Emerge a prima vista la grande varietà dal punto di vista del settore di origine dei players presi in considerazione. Alcune imprese sono sorte specificamente nel settore biocarburanti, e si tratta spesso di realtà di medio-piccole dimensioni che hanno deciso di puntare su questo nuovo mercato in espansione, molto promettente. Altro settore fondamentale è quello agricolo (prodotti alimentari, olii vegetali), mentre i settori petrolifero e chimico paiono seguire distanziati in una ipotetica scala di rilevanza.
Neste Oil è difatti un raro esempio di impresa petrolifera che diversifica le proprie attività entrando nel comparto biofuel, sintomo di come ad oggi l’industria biodiesel corra su binari separati (benché chiaramente collegati) rispetto a quella oil.
Per il resto, Diester ed ADM affondano le proprie radici nel mondo dell’agricoltura, mentre Verbio ed EOP nascono specificamente come imprese operanti nel settore biodiesel. Trattasi chiaramente questi ultimi dei players di dimensioni più ridotte (nell’ordine di poche centinaia di addetti), mentre altri soggetti più strutturati contano migliaia di addetti.

A seconda delle dimensioni, delle disponibilità economiche e della strategia di integrazione verticale prescelta, vi è un’importante dicotomia tra i produttori che decidono di internalizzare le fasi di spremitura a monte e soggetti che preferiscono invece dedicarsi alla core-activity (trasformazione di olio raffinato in biodiesel) esternalizzando la spremitura ed intrattenendo quindi rapporti più o meno strutturati con aziende spremitrici. Nello specifico, soggetti quali Diester, ADM o EOP internalizzano la fase di spremitura, mentre la maggior parte delle realtà di dimensioni minori preferiscono puntare sulla specializzazione ricorrendo quindi a contratti di fornitura con oleifici per ottenere olio raffinato da inserire nel processo produttivo.
In questa sorta di trade-off tra specializzazione ed integrazione dei produttori industriali, non è chiaro in che direzione ci si stia dirigendo. Molti operatori ritengono comunque che sempre più imprese opteranno per una maggiore integrazione a monte, internalizzando fasi ed operazioni collegate all’agricoltura perché è in questo contesto che paiono esservi le maggiori opportunità di profitto.

Per quanto concerne la relazione fra produttori industriali/ spremitori e mondo agricolo, la tipica tipologia di contratto di fornitura è rappresentata da contratti spot. Questo è dovuto alla grande incertezza sull’effettiva domanda di biodiesel (fino a poco fa vi era la concorrenza statunitense del B99 e non era stato ancora fissato il target vincolante del 10% rinnovabili nel settore trasporti, cui si è accennato in precedenza) che ha reso i produttori allarmati dalla possibilità di produrre biocarburanti in eccesso che non sarebbero stati poi assorbiti dal mercato. Solo le organizzazioni maggiori sfruttano la propria struttura per integrare attività lungo la catena del valore. Ad esempio, ADM e Cargill sfruttano la propria attività di commercianti di commodities agricole, mentre Diester possiede direttamente terreni agricoli ove far crescere feedstock energetici.

A valle della filiera si trovano invece i gruppi petroliferi, che rivestono attualmente un ruolo secondario di semplice contatto col consumatore finale. Bisogna comunque notare come tutti i principali gruppi petroliferi, con l’eccezione di Exxon Mobil, stiano investendo pesantemente in seconda generazione, specialmente su etanolo lignocellulosico ed alghe. E’ quindi facile prevedere che i prossimi anni vedranno le compagnie petrolifere assumere un ruolo più attivo nell’industria dei biocarburanti, e non di mero raccordo col mercato. Sarà interessante vedere come questi nuovi players si porranno nei confronti degli incumbent (imprese che rappresentano gli attori tradizionali di grandi dimensioni che dominano un mercato): con la nuova organizzazione dell’industria biofuel che si andrà strutturando, si daranno luogo a joint ventures o acquisizioni di imprese già operanti nel settore, o i gruppi petroliferi privilegeranno una politica aggressiva di competizione con gli incumbent?

h4{color:#FFFFFF;}. Pietro Lanzini