• Articolo , 26 settembre 2008
  • La lotta australiana al climate change secondo l’economista Garnaut

  • Uno spaccato della situazione cimatico-ambientale dell’Australlia, alle prese con i problemi della produzione di energia, del ricorso alle fonti rinnovabili e del problema degli incentivi e di come il governo li concede alle diverse industrie

Ross Garnaut è il consulente chiamato dal primo ministro australiano, Kevin Rudd, a compilare un report sulle strategie del governo per affrontare il ”climate change”. Si tratta dello stesso studioso che già si era fatto paladino, circa venti anni fa, di un liberalismo economico per la società australiana, all’epoca giudicato alquanto avanzato.
Nel febbraio di quest’anno è stato pubblicato il suo “Interim report” e per fine settembre è prevista la pubblicazione del report finale.
Gli obiettivi dell’ “Interim report”, espressi in modo estremamente chiaro e netto nel denunciare l’assoluta urgenza degli interventi di “mitigation” da attuare, sono molto contrastati. Dall’esplicita necessità di far scendere le particelle per milione di Co2 nell’aria a 350/ppm, per evitare eventi catastrofici si è arrivati a prendere in considerazione un target di compromesso di magari anche “soli” 450, o addirittura 550/ppm, a seconda di quelli che saranno i risultati degli accordi internazionali della prossima convention di Copenhagen.
A questo proposito, a metà luglio, il governo ha presentato un “Green Paper on Carbon Pollution Reduction Scheme”. Si sono avute di conseguenza pressioni di diversi gruppi industriali sul governo per poter accedere ad alcune facilitazioni in termini di permessi ed agevolazioni economiche in seno al previsto Emission Trading Scheme (ETS).
Alcune delle suddette industrie, ad esempio quella della produzione di alluminio, definite come “Trade-Exposed Emissions Intensive Industries” (TEEI), hanno ottenuto assicurazione di accedere ad alcune agevolazioni, mentre altri comparti, come il settore dei voli aerei, non sembra potrà godere delle stesse facilitazioni, ad esempio in merito alle nuove tasse, “carbon tax” (riservate alle imprese che producono elevate quantità di CO2). C’è dunque preoccupazione per l’impatto che l’introduzione del nuovo schema, l’Emission Trading Scheme (ETS,) introdotto dal “Green Paper”, avrà sulle economie di alcuni ambiti già in cris (vedi il caso del settore aereo).
Anche il settore dell’agricoltura che è a rischio non verrà incluso nell’ETS, i cui profitti dovrebbero diminuire del 9% a causa dell’aumento dei prezzi, proprio quando l’Emission Trading Scheme inizierà nel 2010. E la decisione se includerlo o no nel 2015, verrà presa solamente nel 2013.
La più recente proposta di Garnaut (nel Supplementary Report “Targets and Trajectories”) è di una carbon tax di 20 dollari a tonnellata con l’obiettivo di ridurre del 10% le emissioni climalteranti entro il 2020, rispetto ai livelli del 2000.
Altre iniziative autonome precedenti, quali un mercato privato delle emissioni (“carbon offsets”) già avviato in uno stato del Sud, andranno a morire, penalizzando, in un domani ormai prossimo, i pionieri ecologisti di ieri.
L’Australia, nella persona del portavoce Garnaut, pur riconoscendo il proprio ruolo di capofila, soprattutto rispetto a grandi nazioni quali per esempio la Cina, ed essendo assolutamente consapevole dell’importanza delle decisioni che si prenderanno a breve e delle ricadute, anche in tempi ravvicinati, delle stesse a livello mondiale, sembra avere un attimo di esitazione. Il partito dei verdi ad esempio contesta al momento una politica ambientale governativa che sembra non risultare abbastanza drastica.
Garnaut, nel commentare il lavoro dell’IPCC (l’agenzia Onu che studia il cambiamento climatico), pur definendo l’approccio economico un po’ datato, perché basato su assiomi degli anni ’90, ne appoggia in pieno le previsioni. E gli scenari catastrofisti descritti dagli scienziati Ipcc? Il professore, da economista consumato, appare rassegnato al peggio. Infatti, a suo avviso, è da temere un mondo ove la collaborazione a livello internazionale non si affinasse al massimo e gli obiettivi comuni non acqusissero un carattere di assoluta emergenza.
Rod Sims, direttore nell’azienda di Corporate Strategy “Port Jackson Partners Ltd”, fa notare in un suo articolo su “The Australian Financial Review” come la implicita premessa delle proposte di Garnaut è che presto si arriverà ad un accordo internazionale. Il Supplementary Report di Garnaut viene elogiato da Sims in quanto evidenzia tre punti cruciali: innanzitutto l’impegno concreto del governo australiano a contribuire ad una soluzione globale all’urgentissimo problema del “climate ch’ange”. Secondo che l’Australia dovrà incrementare il proprio schema ETS indipendentemente dal raggiungimento o meno di un accordo mondiale (o anche solo stipulato tra i paesi non in via di sviluppo). Infine viene spiegato con chiarezza che la nazione deve affrontare in modo efficiente i problemi delle industrie pesanti, “emissions intensive”, dette TEEI
In particolare viene proposta una indennità alle industrie cosiddette TEEI, calcolata in forma di credito, sulla base dei prezzi che si determinerebbero per i prodotti se i concorrenti commerciali mondiali adottassero politiche ambientali analoghe a quella australiana.
Il tetto massimo della suddetta indennità si dovrebbe attestare sul 3% dell’introito, quindi, se il prezzo internazionale attuale per unità di produzione, fosse per esempio di 1000 dollari, con un prezzo diciamo “a regime globale” calcolato di 1090 dollari, l’azienda produttrice riceverebbe un credito di 60 dollari per unità produttiva.
Ovviamente questo sistema dovrebbe prevedere anche un’Authority davvero indipendente che calcolasse i prezzi internazionali dei prodotti per i quali esistesse uno schema di abbattimento delle emissioni di Co2 simile a quello australiano. Ma un tale calcolo non è affatto facile, se si considera, ad esempio che per il settore dell’Information Technology (IT), secondo vari studi, l’impronta ecologica si sta ingrandendo globalmente più in fretta della maggior parte degli altri. Probabilmente il settore dell’IT oggi produce da solo intorno al 2% di “carbon emissions” a livello mondiale, ma ha un impatto notevole sull’altro 98%.
Inoltre le indennità per le industrie TEEI dovrebbero cessare qualora venisse adottata una “carbon price”, o “carbon tax”, valida a livello mondiale.
Quest’approccio, sempre stando a Rod Sims, nell’anticipare gli esiti, per alcune industrie negativi, supera talune incongruenze delle proposte del Green Paper, secondo il quale, per esempio, aziende che emettono meno emissioni vengono penalizzate rispetto ad altre che invece producono alti livelli di emissioni.
Le recenti proposte di Garnaut, da alcuni giudicate modeste, mirano comunque realisticamente ad un abbattimento di CO2 pro-capite (oggi in Australia 20 t./abitante) del 30% entro il 2020, mentre, indicativamente, l’Europa, con le sue 9 t. di CO2 pro-capite attuali, intenderebbe abbattere intorno al 25-40% delle emissioni.
Nello scacchiere internazionale sarà interessante valutare, a prescindere dalle mosse tattiche iniziali delle singole nazioni, quale strategia globale potrà portare ai risultati complessivamente “migliori” nel medio e lungo termine.

Fonti:
_”The Australian Financial Review” – w.afr.com_
_”Garnaut Climate Change Review” – www.garnautreview.org.au_