• Articolo , 20 gennaio 2009
  • Le rinnovabili alla conquista dell’Antartide

  • Australia, Giappone, Usa e Regno Unito. Sono sempre di più i paesi che scelgono di sperimentare e sfruttare l’energia pulita all’interno delle proprie basi scientifiche in Antartide

Freddo e buio sono un ostacolo non da poco ma non bastano a fermare “l’avanzata” delle rinnovabili fino alla gelida Antartide o più precisamente alla base scientifica di Rothera; la stessa, per intenderci, che ha visto i natali dell’eco-gruppo musicale dei Nunatak, formato da cinque ricercatori britannici lì impegnati nello studio del cambiamento del clima e l’evoluzione biologica della Penisola. Sebbene sia pressoché scarsa la luce del sole durante i mesi invernali (dalla metà di marzo a metà ottobre), d’estate il discorso si capovolge e, tenendo in considerazione anche il riflesso fornito dalla neve, i moduli solari possono raccogliere nella zona antartica più energia in un anno che in molti posti d’Europa. E anche la tecnologia eolica può trovare ampio impiego: “L’Antartide – spiega Andy Binney, ingegnere della base che ha installato pannelli termici sul tetto dell’edificio – è uno dei posti più ventosi della terra, il posto più freddo, il più asciutto. E’ abbastanza un test per i materiali”. Ma considerando la fragilità dei materiali esposti a quelle basse temperature lo scienziato precisa che “è ancora tutto in fase sperimentale”.
La base di Rothera in realtà non è la sola a sperimentare le rinnovabili: anche la stazione di ricerca belga Elisabeth, nell’Antartide orientale, punta a funzionare solo con l’energia del sole e del vento, mentre alcuni impianti eolici potrebbero essere costruiti per rifornire le stazioni Usa e neozelandesi. Sulla stessa riga anche la base giapponese di Syowa e l’australiana Mawson che dal 2003 impiega due turbine eoliche da 300 megawatt.
Si tratta di una scelta che non risponde solo all’esigenza di ridurre l’inquinamento e le emissioni di gas serra provenienti dai carburanti fossili tradizionalmente impiegati, ma anche alla possibilità di tagliare le enormi spese legate al trasporto di combustibile in uno dei luoghi più remoti del pianeta.