• Articolo , 16 maggio 2007
  • No della UE: sviluppo italiano tagliare il 6,3%

  • *- Ancora tutto questo Co2? No, grazie* *- Commenti e reazioni alla decisione UE* *- Pecoraro Scanio l’aveva detto…* *- Effetto serra, ma quanto ci costi?* Bacchettate dalla Ue all’Italia h4. Ancora tutto questo Co2? No, grazie _Rimandato al mittente il piano di sviluppo industriale italiano perché inquina troppo. Nonostante tutti gli allarmi e la […]

*- Ancora tutto questo Co2? No, grazie*
*- Commenti e reazioni alla decisione UE*
*- Pecoraro Scanio l’aveva detto…*
*- Effetto serra, ma quanto ci costi?*

Bacchettate dalla Ue all’Italia

h4. Ancora tutto questo Co2? No, grazie

_Rimandato al mittente il piano di sviluppo industriale italiano perché inquina troppo. Nonostante tutti gli allarmi e la buona volontà, siamo ancora lontani dal raggiungere i pur blandi limiti che la Ue impone ai suoi stati membri_

Le “grida” arrivate da Bangkok, non tanti giorni fa, dal rapporto dell’ IPCC, non sono state vane, visto che almeno la UE deve averle ascoltate. E infatti ieri, mettendo sotto la lente il piano di sviluppo industriale italiano, ha deciso che questo avrebbe prodotto un’eccessiva emissione di gas serra, ancora troppo rispetto agli obiettivi fissati.
E’ una riprova che la politica, almeno quella italiana, che pur oggi vede al governo una coalizione di centro-sinistra e un ministro dell’Ambiente del partito dei Verdi, non dà ancora la necessaria rilevanza ad un problema che evidentemente viene considerato importante, ma non prioritario. E così dall’Unione Europea arrivano le bacchettate, anche se si cerca di ammorbidire il messaggio, dichiarando che il piano italiano di sviluppo industriale è stato accettato sì, ma con riserva.
La verità è che se non taglieremo quel 6,3% di emissioni inquinanti, cosa che tra l’altro ci costerà un bel po’ di soldi, il piano non sarà accettato.
Per la verità il nostro ministro dell’Ambiente già a luglio aveva proposto, nell’ambito di elaborazione del piano di sviluppo, una soglia di emissioni molto vicina a quella che oggi ci chiede la Ue. Ma allora il Governo non aveva approvato e ora i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Il rapporto tra la lotta all’inquinamento e la spinta allo sviluppo è un’equazione che deve tornare e dobbiamo tutti, dal presidente del consiglio agli alunni delle prime elementari, entrare nell’ordine di idee che i costi dei disastri ambientali sono alti e cresceranno sempre di più. Meno diamo importanza a questo problema e più ce ne ritroveremo le conseguenze nei campi più disparati. E le “pezze” che potremo mettere, non solo costeranno care, ma come ci dicono da tempo gli scienziati, se troppo tardive potrebbero anche non servire, perchè ci sarà addirittura un punto di non ritorno. E, allora, tutti i soldi del mondo, tutta la buona volontà, e tutte le iniziative, anche le più drastiche, non serviranno. _(m.t.)_

h4. Commenti e reazioni alla decisione UE

A seguito della comunicazione di Bruxelles, in merito ai limiti sulle emissioni di Co2, riportiamo i primi commenti, sostanzialmente unanimi nel favorire una politica energetica a basso impatto ambientale, anche se non mancano le critiche.
Barbara Helffreich, portavoce del commissario UE all’Ambiente Stavros Dimas, afferma come l’Europa sia seriamente impegnata a conseguire gli obiettivi di Kyoto ed è proprio sulla base di tale criterio che è stato valutato il Piano Nazionale Italiano.

La Helffreich tiene inoltre a sottolineare come il sistema di scambio delle quote di emissioni garantisca una riduzione dell’inquinamento “con costi ridotti al minimo per l’economia e aiuta quindi anche l’Ue e gli Stati membri a rispettare gli impegni assunti”.
Vena critica nel commento di Grazia Francescato, capogruppo dei Verdi in Commissione Ambiente, nei confronti del ministro Bersani: “Se il ministro per lo Sviluppo economico avesse dato ascolto al ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio, l’Ue avrebbe sicuramente approvato senza riserve il piano dell’Italia”. La senatrice ha quindi aggiunto come bisogna trarre insegnamento dalla lezione impartitaci dall’Unione Europea e quindi abbandonare la strada del cosiddetto “carbone pulito”, che resta attualmente la fonte più inquinante.
Piena soddisfazione è arrivata in una nota congiunta di WWf, Legambiente e Greenpeace, che parlano di “taglio inevitabile” che consente di allineare, seppur parzialmente, la politica italiana verso gli obiettivi di Kyoto e che sancirà l’affermazione del principio del “chi inquina paga”. Le tre associazioni ambientaliste tengono però a ribadire il cronico ritardo italiano rispetto ai “paletti” imposti da Kyoto: “il governo s’impegni nell’attuare ora una seria politica di riduzione delle proprie emissioni climalteranti, a cominciare da un no deciso all’uso del carbone nelle centrali termoelettriche”.
Dello stesso tono le affermazioni di Tommaso Sodano, presidente della Commissione Ambiente del Senato: “Non mi stupisce affatto la richiesta europea. Il governo doveva avere più coraggio”. Sodano ha inoltre criticato il mondo istituzionale dichiarando che, a suo dire, pur avendo compreso il problema climatico da un punto di vista tecnico, manca di reale volontà politica per un drastico cambiamento.
Un pizzico di scetticità nelle affermazioni di Domenico Tuccillo, vicepresidente commissione Attività Produttive della Camera, il quale afferma che realisticamente il taglio delle emissioni si tradurrà “nel dover pagare le emissioni in sovrappiù a chi ha tetti più bassi, avendo fatto ricorso al nucleare nel proprio paese”. Ha quindi aggiunto che per rispondere agli obblighi si dovrà comunque evitare di scaricare tutto sulla produzione di elettricità ma bisognerà porre attenzione ad un settore strategico come quello dei trasporti.
Di parere totalmente opposto Corrado Clini, presidente dell’Autorità nazionale Emission Trading, il quale è convinto che sarà proprio il settore elettrico a doversi fare carico dei tagli. “Gravare il provvedimento su altri settori – aggiunge Clini – ci farebbe perdere competitività e avrebbe un più pesante impatto”.
La “convenienza”, in termini ambientali ma anche in termini economici del rispetto dei limiti imposti da Kyoto è stata sottolineata dal verde Paolo Cento, sottosegretario all’Economia: il mancato raggiungimento degli obiettivi porterebbe a multe che, nel periodo 2008-2012, sarebbero di 100 euro a tonnellata, più l´acquisto sul mercato delle quote non rispettate.Il tutto ci potrebbe costare 3,5 miliardi di euro l´anno.

Le maggiori resistenze ai “tagli” di Bruxelles vengono dalla parte industriale, sollecitata a una forte accelerazione innovativa.
Secondo Confindustria, “ancora una volta si scaricano sull’industria italiana riduzioni più pesanti a causa della non credibilità dei piani riguardanti altri settori” e questo significa “porre vincoli alla crescita economica che possono riflettersi pesantemente sul paese”. “Non si può continuare a pensare di attuare il Protocollo di Kyoto solo sulle spalle dell’industria ma, come avviene altrove, occorre coinvolgere i cittadini e il Paese nel suo insieme”, conclude Confindustria. L’AD di Fiat, Sergio Marchionne, commentando l’accordo recentemente raggiunto sulle emissioni da parte dell’industria automobilistica, ha rincarato la dose affermando che “il nostro impegno non basterà a raggiungere l’obiettivo di 130gr per km entro il 2012. Serve un approccio integrato…”. Anche per il ministero dell’Industria “non è convincente, nella decisione della Commissione, la sottovalutazione del contributo che abbiamo chiesto con misure inedite di incentivazione a settori come quello dei trasporti e delle abitazioni”.
_Giacomo Di Nora_

h4. Pecoraro Scanio l’aveva detto…

Il ministro Pecoraro si è dichiarato non sorpreso della decisione della Commissione Ue. ‘Il ministero dell’Ambiente aveva fatto una proposta coerente a quello che era l’indirizzo dato dall’Unione Europea. Non sono un veggente, ma semplicemente previdente’, ha dichiarato oggi Pecoraro a margine della sua audizione in Commissione Difesa alla Camera. La prima bozza del Piano Nazionale di Allocazione, infatti, era stata presentata a luglio scorso, e messa a punto dai tecnici del ministero dell’Ambiente in collaborazione con quelli dello Sviluppo Economico, prima che venisse raggiunto l’accordo tra due i ministeri. Questa versione prevedeva che il numero totale di quote da assegnare fosse ‘pari a 194,02 MtCo2 di cui 186,02 MtCo2/anno destinati agli impianti esistenti e 8 Mt Co2/anno agli impianti “nuovi entranti”’, con un taglio di 37 milioni di tonnellate l’anno, coerentemente con le indicazioni dell’Ue, e l’incentivazione delle tecnologie meno inquinanti. Un piano ‘coraggioso ma necessario’, aveva dichiarato Pecoraro, in linea con gli impegni di Kyoto e gradito alle associazioni ambientaliste, che prevedeva una quota di riduzione addirittura inferiore a quella oggi concessa dall’Ue. Secondo il ministro, la riduzione era necessaria ‘non solo per migliorare la qualità della vita dei cittadini e tutelare la salute pubblica, ma anche per l’economia italiana’, in quanto il mancato rispetto del Protocollo comporterebbe multe pari a 100 euro a tonnellata di anidride carbonica emessa oltre il limite previsto, con un costo di tre miliardi di euro ogni anno per il nostro Paese.
La versione definitiva del piano, giunta dopo intense e lunghe trattative con il ministro Bersani, ha invece innalzato il tetto massimo a 209 milioni di tonnellate, dei quali 197 a titolo gratuito e 12 a titolo oneroso, assegnandone 116,5 al settore termoelettrico e le restanti 92,5 agli altri settori. Il taglio complessivo è quindi di 14,11 milioni di tonnellate, contro i 37 della prima versione. _Federica Balicchi_

h4. Effetto serra ma quanto ci costi?

Il piano di riduzione italiano delle emissioni, relativo al periodo 2008-2010, ha ricevuto un “aggiustamento” da parte di Bruxelles. La proposta italiana, frutto dell’intesa tra i due ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico parlava di 209 milioni di tonnellate con 16 milioni per le nuove imprese, la commissione europea parla richiede un ulteriore sforzo al nostro paese per arrivare al massimo a 195,8 milioni di tonnellate. Il taglio richiesto è quindi di 13,2 milioni di tonnellate, corrispondente al 6,3% sul totale del piano. Questo costerà circa 260 milioni di euro alle imprese che acquisteranno sul mercato le quote di emissione mancanti per arrivare alle stime del governo. La quotazione attuale delle Borse dei fumi internazionali infatti, stima in 20 euro il costo della singola tonnellata di Co2. Per Confindustria il taglio danneggerà l’economia e graverà sulle imprese imponendo nuovi intralci allo sviluppo. _Gaetano Cenci_