• Articolo , 16 novembre 2009
  • No Obama? No Copenhagen: Usa e Cina affossano la Conferenza

  • Nella sostanza un’intesa bilaterale Usa-Cina, preannunciata dalla riunione dei paesi dell’Apec, spegne le speranze di un risultato “vero” a Copenhagen che diventa così solo una prima tappa, tutta politica, di un accordo in due tempi che dovrebbe avere la sua seconda e decisiva fase nel 2010

E’ una notizia non notizia. L’incontro tra il presidente statunitense Barack Obama e quello cinese Hu Jintao ha sancito il mancato accordo sui tagli alle emissioni di CO2 tra i rappresentanti delle nazioni che hanno partecipato al vertice dell’APEC, (Organizzazione per la cooperazione economica dei paesi dell’Asia-Pacifico).
Si tratta di una non notizia in quanto molti autorevoli esperti avevano realisticamente previsto che gli interessi di Cina e Usa (le due maggiori potenze industriali del mondo e i due paesi più inquinatori), ma anche quelli di numerosi paesi asiatici, a partire dall’India, non hanno voglia, denaro e fantasia per impegnarsi in un gravoso e costoso programma di lotta all’emissione dei gas serra, almeno in termini di scadenze precise, livelli prestabiliti e sanzioni per chi non è in regola.

h4{color:#D3612B;}. La situazione internazionale

Si sapeva e l’avevamo anche scritto.
Il disincanto sui risultati di Copenhagen risultava addirittura dalle parole pronunciate nei giorni scorsi sia dal segretario dell’Onu Ban ki Moon che dal suo delegato all’ambiente Yvo del Boers. Entrambe hanno previsto che il massimo raggiungibile sarà un accordo politico, una dichiarazione d’intenti, che garantisca almeno la continuazione del dibattito e faccia slittare l’accordo, inizialmente previsto per Copenhagen 2009, al 2010.
Nessuno negli ultimi tempi ha negato a parole la necessità di affrontare l’emergenza climatica, ma da Obama al presidente dell’Indonesia Susilo Bambang Yudhoyono, dal russo Medvedev, al brasiliano Lula, tutti hanno preso, o lo stanno facendo, dei provvedimenti in merito. Ma nessuno di loro vuole impegnarsi in modo vincolante, con un’autorità che controlli standard di riduzione dei gas serra, tempi di raggiungimento dei livelli determinati, in una comune condivisione di sforzi e di obiettivi.
E su questo si costruirà il fallimento della Conferenza di Copenhagen e si metterà a rischio il futuro della Terra, soprattutto perché è passato il principio che non esistano delle scadenze improcrastinabili.
E invece dei traguardi non rimandabili in realtà esistono, come asseriscono gli scienziati di molteplici istituti di ricerca, università, centri di sperimentazione, ricercatori e osservatori che concordano sul fatto che abbiamo pochissimo tempo, prima che il global warming provochi un climate change che, non solo apporterà dei cambiamenti che investiranno tutto il pianeta, ma che questi potranno essere irreversibili, con modifiche e danni a tutt’oggi ancora incalcolabili.

h4{color:#D3612B;}. La mediazione di Rasmussen

Il primo ministro danese Lars Rasmussen era arrivato a Singapore per cercare di convincere i partecipanti a raggiungere un compromesso con un appassionato discorso a 19 dei 21 leader membri dell’Apec, proponendo di tralasciare alcuni dettagli per procedere su obiettivi vincolanti, ma a più lungo termine.
La maggioranza dei membri dell’Apec non ha accettato la proposta e così si è arrivati alla rottura. Ma almeno il leader danese, padrone di casa della Conferenza di dicembre ha incassato un assenso da Obama sulla soluzione di un accordo da prendere in due tempi.

h4{color:#D3612B;}. L’ultimo sforzo della Ue

Oggi e domani, a 22 giorni dall’inizio del vertice di dicembre, nella capitale danese i ministri Ue dell’Ambiente, si dedicano a due giorni di consultazioni informali. Si trovano a discutere la nuova situazione che si é determinata a Singapore, con il sì del presidente americano, Barack Obama alla proposta danese di un accordo in due tempi. I ministri della Ue così si trovano presi in contropiede e in evidente difficoltà nel preparare una trattativa, destinata fin d’ora al fallimento. L’assenza di target vincolanti per le emissioni è il problema maggiore.

h4{color:#D3612B;}. Un’intesa a due fasi?

Ma la soluzione dell’accordo in due tempi, scaturita a Singapore, come sostiene qualcuno magari faciliterà il dialogo con i Paesi che non firmarono (o non ratificarono) il Protocollo di Kyoto, Anche gli Stati Uniti sarebbero facilitati visto che non riuscirebbero per dicembre a far approvare dal Congresso la loro legge sul clima (si prevede per la seconda metà del 2010) e d’altronde non si siederebbero mai ad un tavolo di trattative su un regolamento mondiale sul clima, senza averne uno loro stessi.
Secondo il nostro ministro dell’Ambiente, l’intesa sul clima in due fasi, una prima politica e una successiva vincolante ”potrebbe essere la soluzione per coinvolgere nel processo di lotta ai cambiamenti climatici chi finora è rimasto fuori dagli impegni internazionali alla riduzione delle emissioni, come Usa e Cina”. La Prestigiacomo ha aggiunto: ”Domani sarò nella capitale danese per l’ultima riunione in vista della Conferenza Onu di dicembre”.

h4{color:#D3612B;}. La Fao, la fame e i cambiamenti climatici

Oggi, all’inaugurazione del vertice della Fao sulla sicurezza alimentare, Ban Ki Moon ha dichiarato che esiste un filo che unisce i problemi del clima e del cibo.
“Sicurezza alimentare e lotta al cambiamento climatico sono profondamente legati. Non ci può essere sicurezza alimentare senza sicurezza climatica”, ha sottolineato il segretario generale delle Nazioni Unite quando, rivolgendosi ai capi di Stato e di governo riuniti a Roma, ha definito come «cruciale» il vertice di Copenaghen sul clima del mese prossimo.