• Articolo , 5 gennaio 2010
  • Pachauri sul caso e-mail false sul global warming

  • Un vibrante intervento del direttore dell IPCC, sulle pagine del newspaper britannico The Guardian, che spazia dal famoso “climagate” alle lotte lobbystiche intorno alle politiche climatiche.

(Rinnovabili.it) – Rajendra Pachauri presidente dell’IPCC é intervenuto sulle colonne del quotidiano britannico The Guardian con un articolo che costituisce una panoramica dei problemi climatici che affliggono il pianeta, tornando anche sul caso “climagate”, lo scandalo delle mail corrette da alcuni esponenti della comunità scientifica, al fine di rendere più catastrofiche (come se ce ne fosse ancora bisogno) le possibili conseguenze del climate change.
Poi Pachuari mette a nudo anche la differenza tra i programmi di governo e le aspirazioni dei cittadini in merito alle misure da prendere contro il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici.
L’esempio più eclatante, dice, sono gli Stati Uniti. Per anni non hanno avuto nessuna politica sull’emissione di gas serra e ancora oggi, che una legge molto più efficace ed avanzata è stata approvata in Parlamento è ferma al Senato, non solo per l’opposizione degli avversari repubblicani, ma anche per l’area più moderata e conservatrice del partito democratico. Anche se la verità è, come al solito, nascosta sotto l’interesse economico. Non a caso il “Centre for Public Integrity” degli States ha scoperto che quasi 800 tra imprese e gruppi d’interesse avevano messo in campo oltre 2.000 lobbisti con l’intento di interferire con le politiche federali sui cambiamenti climatici durante lo scorso anno, dal momento che la posta in gioco diveniva sempre più alta, con il procedere dell’iter parlamentare della legge voluta da Barack Obama.
L’attacco, sostiene Pachauri, è arrivato non solo dai lobbysti, ma anche dalla campagna denigratoria, montata, a suo dire, ad arte dai cosiddetti negazionisti, come il “climagate”, partito dalle scoperte fatte da un hacker introdottosi nel server di posta dell’University of East Anglia, oppure l’uso di comunicazioni private tra gli scienziati per screditare i contenuti di una delle relazioni di valutazione. Qui Pachauri si fa’ più duro asserendo testualmente: “Questi scienziati sono professionisti di grande reputazione, i cui contributi nel corso degli anni per le conoscenze scientifiche sono insindacabili”.
Ma, la spiegazione di Pachauri si approfondisce, rendendo noto come anche le accuse sulla e-mail rubate si siano rivelate inesatte. Infatti i documenti criticati in quella posta elettronica erano stati discussi in dettaglio nel capitolo 6, gruppo di lavoro I, relazione della AR4. E proprio quegli articoli denunciati, erano stati citati 47 volte in seno al Gruppo di lavoro I report.
D’altronde, ricorda Pachauri, è ormai noto che l’IPCC si basa sul set di dati differenziati e selezionati da un buon numero di istituzioni in diverse parti del mondo.
Ancora gruppi di negazionisti climatici hanno inoltre attaccato personalmente il presidente dell’IPCC, accusandolo di aver intascato ricompense dal gruppo industriale indiano Tata. Pachauri risponde che il suo istituto, Energia e Resources Institute (TERI), non ha legami diversi con il gruppo Tata, da quelli di altri istituiti, attraverso il finanziamento della società non-profit registrata nel 1974. E per quanto riguarda i pagamenti, sono effettuati direttamente al suo istituto, puntualizza Pachauri, senza che un soldo sia stato ricevuto da lui.
Il motivo per cui il numero uno dell’IPCC fornisce queste spiegazioni risiede nella volontà di dimostrare che potenti interessi costituiti, potranno mettersi in moto e lavorare per screditare il lavoro dell’IPCC e per impedire il progresso verso un accordo vincolante, che si spera arrivi almeno alla fine del 2010 nei negoziati a Città del Messico.
Pachauri si dice convinto che alla fine, la conoscenza e la scienza trionferanno, ma è preoccupato che un altro ritardo nella riduzione delle emissioni dei gas serra peggiorerebbe le conseguenze con difficoltà maggiori per le regioni più vulnerabili del mondo, che sono anche le più povere.