• Articolo , 2 novembre 2007
  • Petrolio a 100 dollari? Le “cassandre” ecologiste avevano ragione

  • Da tempo si parla, non solo dell’inevitabile esaurimento dei carburanti fossili, ma anche di un loro costante aumento di prezzo. Gli ecologisti lo dicono da sempre come pure i sostenitori delle energie da fonti rinnovabili. Tutti sempre bollati come catastrofisti. Ora, però, come la mettiamo?

Dopo la grande paura di ieri, convinti anche gli analisti più scettici che il cosiddetto “barile di brent” corresse inevitabilmente verso i 100 dollari, oggi una pausa. Dopo un calo a 93,60 circa, nella chiusura di ieri, stamattina alle 10.11, come ci informa il sito di Wall Street Italia, il suo prezzo è risalito a 94,33.
Ma gli analisti finanziari sono ormai convinti che il traguardo dei cento dollari non sia un fatto così improbabile. Tanto che le stime di WSI prevedono, da qui ad un anno, in base a calcoli assai complicati, un prezzo di 122, 63 dollari al barile.
Se pensiamo che tra la fine del ’98 e l’inizio del ’99 il prezzo oscillava intorno ai dieci dollari, vuol dire che l’anno prossimo il greggio potrebbe costare ben dodici volte in più.
Ma le previsioni, si sa, sono previsioni. Si baglia per eccesso o per difetto. Basta una guerra in più in un paese produttore di petrolio, una bizza dell’Opec, una catastrofe naturale, una crisi o un boom economico. Basta anche solo qualche interesse privato, in questioni finanziarie pubbliche, di qualcuno di quei potenti che influiscono sui destini della terra… e qualsiasi previsione può saltare.
Nonostante tutte queste varianti, che spesso poi interreagiscono tra loro, creando anche qualche confusione, sembra che anche governi di paesi come gli Usa, la Cina o l’Australia stiano iniziando a capire. Il conto comincia ad essere troppo salato, anche per i paesi più ricchi, anche per quelli che hanno sempre sperperato. Non sempre invece si rendono conto come il deterioramento dell’eco-sistema mondiale stia assomigliando sempre di più ad un piano inclinato, liscio e levigato, senza appigli, sul quale si scivola inesorabilmente verso un buco nero. Buco nero che, per un capitalismo globalizzato come quello che ormai governa il mondo, sarebbe l’insufficienza di energia. Il black-out totale, quello di cui si ride nei film di fantascienza, un mondo fermo, freddo, con pochi ricchi che riescono a sopravvivere e magari una massa di poveri e negletti che per di più vivono sotto terra.
Sì… sembrebbe proprio un film di fanta-futuro.
Ma se ci si riflette un attimo, gli elementi ci sono già tutti. Di negletti e diseredati, privi dei più elementari diritti umani, è, ad esempio, piena l’Africa. Il “digital-divide” colpisce paesi ricchi e paesi poveri, ma anche trasversalmente, non solo tra fasce generazionali, ma pure tra classi sempre più ricche e fasce sempre più povere di un medesimo paese. Anche la tecnologia per la produzione di energia da fonti rinnovabili vede al primo posto i ricchi. Basta confrontare nella stessa Unione Europea la virtuosa Germania e la reproba Romania. Una ricca leader delle rinnovabili, l’altra povera anche di energia convenzionalmente “sporca”.
Lo scenario non è certo consolante. La speranza è che la drammaticità della situazione spinga, soprattutto chi ne ha il potere, ad invertire bruscamente il modello di sviluppo mondiale, che tutti (ma davvero tutti) capiscano che è ora di cambiare stile di vita e che, finita questa terra, non c’è un’altro mondo nuovo, lucido e pulito che ci aspetta. Nemmeno per i più ricchi e potenti tra noi.