• Articolo , 11 dicembre 2008
  • Premesse e promesse. Ma il clima non si salva a parole

  • Oggi si chiude la conferenza dell’Onu a Poznan sul rapporto energia-clima che deve preparare il meeting di Copenaghen dell’anno prossimo. Ma i risultati non ci sono

Una delle maggiori aspettative di chi ha a cuore le sorti del nostro pianeta era, in questo periodo, la Conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici, tappa intermedia tra il Protocollo di Kyoto e la prossima convention prevista a Copenaghen, per l’anno prossimo, dove si dovrebbe decidere la road-map per il dopo 2012, anno in cui i paesi che hanno sottoscritto e ratificati gli impegni presi a Kyoto (peraltro solo 37) dovrebbero aver raggiunto gli obiettivi stabiliti.
Questo è un primo punto. Infatti, ad iniziare dal nostro Paese, ben pochi di coloro che hanno sottoscritto quegli impegni, si trovano puntuali con l’ideale tabella di marcia che dovrebbe portarli ai traguardi previsti. E per traguardi intendiamo il taglio delle emissioni dei gas a effetto serra, ad iniziare dalla Co2.
La situazione, nella maggior parte dei casi, è anzi andata peggiorando e appare improbabile che nei prossimi quattro anni si verifichi un’inversione di tendenza e non solo diminuisca la crescita delle emissioni, ma che addirittura le emissioni vadano diminuendo in valori assoluti, recuperando per di più tutti i tagli che non si sono fatti fino ad oggi. E’ vero che siamo in un periodo di recessione economica e che l’intero comparto industriale, quello dei trasporti subiranno una contrazione di attività e quindi inquineranno di meno. Anche sui consumi personali la crisi si farà sentire. Ma risparmi di emissioni conseguenti (che ricordiamolo riguardano soprattutto i paesi occidentali-industrializzati) saranno compensati, se non addirittura superati, dalla crescita economica, di consumi e quindi di emissioni di Cina, India, paesi dell’Est asiatico, della regione del Sud america e di alcuni Paesi del continente africano. E molte delle attività industriali d questi paesi sono alimentate con energia prodotta con modalità molto inquinanti. E’ chiaro quindi che mettere insieme la necessità di salvaguardare il nostro pianeta, scongiurando il global warming e il conseguente cambiamento climatico, con la crisi economica dei paesi più avanzati con le necessità di crescita delle economie emergenti non è un’impresa facile. L’Onu ci ha provato a farlo prima Kyoto, poi a Bali, adesso a Poznan ma si sono dette una gran quantità di parole e si sono fatte promesse che, ci stiamo accorgendo, non saremo in grado di mantenere.
E infatti anche a questa conferenza di Poznan, si è arrivati con uno scetticismo di fondo, con la pressione di lobby della multinazionali e con i governi di alcuni stati, primo tra tutti l’Italia, che iniziano a mettere in discussione anche accordi firmati e ratificati. L’economia, o meglio la salute economica di certi comparti industriali, finanziari e commerciali, nella strategia politica di questi governi, viene prima dell’emergenza pianeta che per altro viene considerata sovrastimata, così come i relativi allarmi, vengono tacciati di catastrofismo.
La situazione invece è molto seria. Anche perché, alla gravità oggettiva, si somma la difficoltà di far percepire questo pericolo ai governi, ma ai cittadini. Ormai è assodato e dimostrato dagli studi di istituti di ricerca in vari campi e in tutto il mondo: i cambiamenti climatici provocati dal riscaldamento globale, dovuto all’inquinamento, potranno essere irreversibili. Ma per quanto grave, questa sembra essere una minaccia lontana e scarsamente percepita anche dalla gente comune. Persone che magari a parole capiscono la situazione che stiamo vivendo, ma che però vuole risolvere problemi più immediati e che li toccano più concretamente ogni giorno. Quindi avere del carburante per la propria auto a costi bassi, di non dover tirare troppo la cinghia per arrivare alla quarta settimana, non rinunciare ad una serie di abitudini dal riscaldamento, alla refrigerazione ai trasporti che siano.
A Poznan ancora una volta si è celebrata una sorta di rito, 190 Paesi rappresentati, 12.000 delegati, incontri, meeting, tavoli di trattative per dodici giorni e, come è già successo a Bali, la montagna rischia di generare il topolino. Troppi interessi da rendere compatibili, troppe riserve e troppi diktat da chi ha il potere di imporli. Ad esempio la delegazione cinese nei giorni scorsi ha subordinato il raggiungimento di certi livelli di inquinamento all’erogazione di finanziamenti internazionali e al conferimento di nuove tecnologie.
E’ quello che per altro ha fatto il governo di Berlusconi per il pacchetto clima-energia della Ue, minacciando di mettere il veto, se non fossero stati apportati certi cambiamenti in favore del nostro Paese. Questo è significativo della mentalità con cui molte nazioni si presentano a tali appuntamenti.
E a poco servono gi appelli. Ban Ki-moon, il segretario dell’Onu, ha avvertito che “La crisi climatica ha un impatto sulla prosperità del mondo e sulla vita dei popoli, da ora fino ad un lontano avvenire”.
Stavros Dimas, responsabile della Commissione Ue per l’ambiente ha definito l’incontro di Poznan “L’ultima chance per il pianeta di salvare il salvabile”.
Altrettanto esplicito è stato il ministro dell’ambiente francese, Jean Louis Borloo che ha affermato “ Nella disinformazione quasi totale si giocano qui dei momenti decisivi per il clima planetario e per le future generazioni”.
Una delle possibilità della conferenza sarebbe stata avere Europa e Stati Uniti, convergere su una posizione condivisa e far leva su questo per portare maari non tutti, ma la maggior parte dei paesi sulla stessa posizione. Ma nahc equeste sono solo parole. L’Europa deciderà oggi, nella riunione dei capi di stato e di governo sul programma “20-20-20” su cui ad iniziare dal governo italiano è però in atto una spaccatura. Le grandi speranze riposte in Obama sono per ora solo speranze dal momento che è solo il presidente eletto e non quello in carica e per essere operativo dovrà aspettare la fine di gennaio. Quindi Poznan è un’altra occasione perduta a fine anno, come probabilmente verrà persa la scommessa della presidenza francese di turno della Ue, di portare a casa un accordo sul clima prima della fine dell’anno. E così il 2008 sembra un anno perso e dovremo aspettare il 2009 per cercare di realizzare le condizioni per uno sviluppo energetico più sostenibile.
Ma perchè un’altra occasione come quella di Poznan è stata persa. Come dicevamo prima per il comportamento dei governi. Facciamo un esempio che conosciamo bene, quello del governo Berlusconi. Mentre cerca di sparigliare il programma ambientale della Commissione Ue a Bruxelles, manda a Poznan il suo ministro dell’Ambiente a dichiarare: “A chi deve costruire condizioni di vita migliori per centinaia di milioni di esseri umani – riferendosi ai paesi più poveri e in via di sviluppo – l’occidente non deve indicare limiti e ipotizzare sanzioni, ma deve piuttosto fornire tecnologie a basso contenuto di carbonio e strumenti finanziari adeguati. L’Italia sosterrà a Poznan una linea di grande impegno su questi temi che saranno ripresi e implementati in occasione del G8 ambiente che si svolgerà in Italia a fine aprile”
E quindi dopo una settimana di trattative tra le delegazioni dei paesi presenti, i lavori non vanno avanti in maniera significativa. Non si è neppure trovata una soluzione ai problemi relativi ad una possibile inclusione delle foreste nel protocollo che dovrebbe venire dopo quello di Kyoto. Nonostante questa situazione il responsabile del congresso, Ivo De Boer, capo del segretariato della convenzione Onu sul clima, nega che un accordo dettagliato entro il 2009, come deciso a Bali un anno fa, è sempre più lontano. E poi c’è la polemica tra economie ricche, ancorché ora in crisi economica e quelle povere o emergenti. Ad esempio la delegazione Boliviana ha recriminato come “In soli tre mesi le economie ricche hanno versato migliaia di miliardi dollari per porre rimedio alla crisi finanziaria, raggiungendo un ammontare 300 volte superiore a quello destinato alla crisi climatica. Eppure il pianeta è molto più importante di Wall Street”.
D’altronde se si pensa che, secondo uno studio dell’Unfccc, ogni anno circa 200 miliardi di dollari vengono destinati al sostegno delle fonti fossili, mentre alle rinnovabili non vanno che 10 miliardi. E’ un segno concreto di quale sia la reale volontà dei Paesi che doicono di voler abbandonare la produzione di energia tramite combustibili fossili.