• Articolo , 19 settembre 2011
  • Produrre prima cultura, poi energia

  • Abbiamo incontrato l’ing. Roberto Brovazzo, DG di Schüco Italia, uno dei manager più impegnati e competenti nel settore del risparmio energetico e delle rinnovabili integrate nell’edilizia. Una fotografia sulla situazione attuale e sulle prosettive del settore

È realistico ipotizzare un mondo in cui le rinnovabili sono l’unica fonte di approvvigionamento energetico? Sì, anche se la strada è piena di ostacoli legati alla politica e alla tecnologia, ma soprattutto alla scarsa informazione che ancora prevale. Fare cultura e divulgare la conoscenza, infatti, sono le prime azioni da intraprendere per favorire un cambio di mentalità capace di abbattere le barriere che impediscono una piena diffusione delle rinnovabili. Ne abbiamo discusso con l’ingegner Roberto Brovazzo, Direttore Generale di Schüco Italia, un’azienda leader nella fornitura di involucri edilizi avveniristici con una competenza a livello mondiale. Un’azienda che guarda al futuro e lo realizza in maniera sostenibile.

*L’energia si produce, ma si può anche risparmiare. Cosa significa, oggi, abitare edifici ad alta efficienza energetica?*
Abitare edifici ad alta efficienza energetica comporta un cambio di mentalità rispetto a quanto si è abituati a fare. Per prima cosa, dobbiamo cominciare a considerare che le pareti degli edifici devono diventare elementi attivi nel controllo del flusso energetico tra l’interno e l’esterno dell’edificio. Sempre di più la finestra o la facciata, nel caso di edifici commerciali, sono elementi che possono contribuire in maniera enorme al regolamento del flusso energetico: le aperture automatizzate, per esempio, riescono a tenere fuori l’energia del sole nelle ore più calde e a utilizzarla nelle ore più fresche, riducendo quindi il funzionamento degli impianti di condizionamento o di riscaldamento in maniera notevolissima. Un uso più sensato degli impianti grazie all’inserimento di elementi attivi nell’involucro è la prima fonte di risparmio.

*Come “abitano” le persone in Italia e quali sono le questioni che ancora andrebbero risolte?*
C’è un grandissimo arretramento culturale in questo settore, data la poca conoscenza di quelle che sono le nuove tecnologie. Tutti tengono moltissimo alla propria abitazione e sono disposti a spendere molto, ma si tratta di spese che non danno un effettivo valore aggiunto ai fini del benessere e del confort abitativo. Fino a oggi, infatti, la maggior parte degli investimenti è stata fatta per rifare il bagno, i pavimenti, per mettere elettrodomestici di un certo tipo o comunque per motivi estetici; solo recentemente si è iniziato a investire sul rifacimento degli esterni, delle finestre o degli impianti di riscaldamento e condizionamento, operazioni che possono effettivamente migliorare il benessere abitativo. La causa di tutto ciò va ricercata innanzi tutto nella mancata conoscenza di quelle tecnologie che, pur comportando una piccola spesa aggiuntiva, possono in realtà produrre grandi vantaggi in termini di gestione complessiva dell’immobile, con costi e manutenzione molto più bassi. Anche i professionisti e le imprese di costruzione, per esempio, sono rimaste ancorate a un modo di costruire arretrato, che privilegia il basso costo, e porta il committente finale a non sapere nemmeno dell’esistenza di queste tecnologie innovative. In questo senso c’è ancora molto da fare, sia per migliorare la formazione dei professionisti, a livello scolastico e universitario, sia per favorire e sostenere un rinnovo professionale degli operatori del settore.

*Negli ultimi mesi, il nostro Paese ha assistito a una serie di avvenimenti che, direttamente e indirettamente, hanno reso difficile la strada alle rinnovabili. Come giustifica e spiega tutto ciò?*
La spiegazione è forse più facile di quanto sembri. La crescente paura che i costi legati alle tariffe incentivanti aumentassero, ha creato un enorme scudo difensivo da parte del Governo che, dopo soli due mesi dalla sua entrata in vigore, ha tagliato di colpo il Terzo Conto Energia. A un certo punto, infatti, il numero di impianti che veniva allacciato stava crescendo in maniera superiore alle aspettative; di conseguenza, per tagliare o arginare il costo di questa tariffa incentivante, il Governo ha operato in maniera improvvisa e non ragionata. Tra l’altro, si tratta di un costo spalmato sulle bollette degli italiani e delle imprese, non sulle casse dello Stato. In questo contesto, determinante è stato il ruolo della lobby delle associazioni legate alle imprese energivore, che si è schierata contro e ha preteso che il Governo intervenisse.
Il percorso che porta alle rinnovabili è un percorso inevitabile a livello mondiale e senza ritorno e oggi l’accettazione sociale è cresciuta: nel corso di recenti sondaggi, più del 70% degli intervistati si è dichiarato più che favorevole a sostenere costi in bolletta pur di favorire lo sviluppo delle rinnovabili, un approvvigionamento che porterebbe a una distribuzione dell’energia più democratica e meno dipendente dalle grosse aziende statali. Non si può non tener conto di una necessaria ripianificazione dello sviluppo di queste tecnologie, per’altro non più allo stato embrionale, ma oggi innegabilmente competitive in termini di costi e di occupazione.

*Il nucleare fa ancora paura?*
Sì, la gente ha ancora paura, non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo. Oltre a far paura, l’energia nucleare è decisamente non conveniente dal punto di vista economico: nell’epoca storica in cui si è sviluppata, c’era un rapporto qualità-prezzo di una certa convenienza; oggi, invece, tenendo conto di tutti costi, da quelli di smaltimento e gestione delle scorie, a quelli di prevenzione, per evitare incidenti e mantenere le centrali aggiornate, si tratta di una tecnologia obsoleta. Troppo spesso, infatti, i costi vengono considerati solo parzialmente e non in relazione all’intero ciclo di vita della tecnologia. È un fatto di cui si sono resi conto tutti i governi, anche quelli che avevano insistito di più su quest’idea. Molti Paesi, come gli Stati Uniti per esempio, hanno fatto marcia indietro decidendo di puntare sempre più sulle rinnovabili. In quella che passerà alla storia come l’era “post Fukushima”, c’è stata una presa di coscienza che al mondo delle rinnovabili ci si debba approcciare in maniera sistemica e non marginale.

*Infine: come vede, nell’immediato, il ruolo del nostro Paese in Europa per ciò che riguarda lo sviluppo delle tecnologie sostenibili e delle energie sostenibili?*
In primo il luogo il nostro Paese deve puntare sulla produzione, e già ora si stanno sviluppando diverse realtà produttive molto solide, anche se sicuramente in termini di economie di scala i mercati del Far East possono essere molto più competitivi; poi, sulla ricerca e sull’applicazione pratica, in termini di progetti e di esempi applicativi. Ormai il mercato delle rinnovabili ha creato, negli ultimi anni, centinaia di migliaia di posti di lavoro, legati non solo al mondo dell’installazione, ma anche a quello della progettazione, della gestione delle pratiche amministrative e della ricerca. Credo che questo debba essere il ruolo dell’Italia, un Paese favorito anche dal punto di vista geografico e che, in questo momento storico, è il secondo mercato al mondo dopo la Germania per quanto riguarda l’applicazione di questo tipo di tecnologie. Sul piano politico, il terreno è un po’ più complesso. Coloro che sostengono le energie rinnovabili sono realtà, industrie o aggregazioni di persone abbastanza giovani e ancora troppo al di fuori del mondo delle grandi lobby legate al mondo dell’industria italiana. Nelle vicissitudini dei mesi scorsi, è stato difficile far sentire la voce degli operatori del settore rispetto a quella dei grandi monopolisti di Stato o delle grandi lobby delle aziende energetiche di prima, entrambi molto legati al potere politico. Da questo punto di vista, mi auspico che l’aumentare del numero degli addetti ai lavori e della base associativa e produttiva possa dare sempre di più forza alle aziende che si dedicano a questo settore e che, un po’ alla volta, ci sia spazio per investire in centri-studi o fondazioni preposte a fare cultura, per far capire all’opinione pubblica il vantaggio di queste tecnologie e per abbattere il livello di ignoranza che purtroppo oggi è ancora molto elevato.