• Articolo , 28 maggio 2010
  • Profughi climatici, nel 2050 arriveranno a 200 mln

  • Aumentano i disagi causati dal cambiamento climatico e sempre più individui sono costretti a lasciare la loro casa cambiando a volte anche nazione: nel 2050 i profughi ambientali ammonteranno a 200 milioni

(Rinnovabili.it) – Un tempo erano le guerre e la povertà a spingere interi villaggi a spostarsi verso terre più fertili, oggi le migrazioni sono causate soprattutto dalle conseguenze del cambiamento climatico. Il rapporto presentato stamattina da Legambiente in occasione della prima giornata di “Terra Futura”:http://www.rinnovabili.it/terra-futura-la-sostenibilita-in-mostra-a-firenze-801033 prevede lo spostamento totale di oltre 200 milioni di persone contro gli attuali 50 milioni spinti lontani da casa a causa di siccità, desertificazione, dell’innalzamento dei livelli del mare e dell’incremento della frequenza dei fenomeni atmosferici di particolare intensità. Si legge nella dichiarazione _“Basta pensare che nel 2008 a fronte dei 4,6 i milioni di profughi in fuga da guerre e violenze, sono state 20 milioni le persone costrette a spostarsi temporaneamente o definitivamente in seguito a eventi meteorologici estremi. E il fenomeno che già nel 1990 riguardava 25 milioni di persone sembra destinato ancora ad aumentare. Solo tra il 2005 e il 2007 l’agenzia dell’ONU ha risposto a una media annua di 276 emergenze in 92 Paesi, oltre la metà delle quali causate da calamità, il 30% da conflitti e il 19% da emergenze sanitarie”._
E’ quindi questa, secondo l’Associazione, la nuova emergenza umanitaria, aggravata dalla mancanza di assistenza da parte del governo e degli enti, sia pubblici che privati, che, al contrario di quanto accade nel caso di catastrofi ambientali, non riconosce al ‘profugo climatico’ alcun tipo di indennizzo economico. _“Nonostante l’emergenza umanitaria ormai evidente a livello internazionale, dal punto di vista giuridico i profughi ambientali non esistono, non essendo stati riconosciuti come ‘rifugiati’ dalla Convenzione di Ginevra del 1951, né dal suo Protocollo supplementare del 1967_ – denuncia Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente -. _La soluzione del problema dei nuovi migranti necessariamente passa dunque per il riconoscimento del loro diritto a godere del sistema di protezione internazionale accordato a profughi e richiedenti asilo. Ma oltre all’immediata necessità di uno status giuridico per loro, la vera urgenza consiste nel comprendere che l’emergenza va affrontata a partire da un serio impegno collettivo nella lotta ai cambiamenti climatici. Misure ancor più necessarie se si pensa che, al di là delle prospettive future, gli effetti del riscaldamento globale sono già una drammatica realtà in molti Paesi, che hanno pagato un prezzo alto per vittime e sfollati”._

Saranno quindi, secondo i dati diffusi l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e dall’International Organization for Migration (IOM), *6 milioni di persone l’anno fino al 2050* ad abbandonare i territori di appartenenza, con una media di una persona ogni 45 individui.
I disagi si stanno avvertendo, oltre che nelle piccole isole dell’Oceano Pacifico ed Indiano, anche sulla nostra penisola dove desertificazione e innalzamento del livello delle acque sta generando alcune problematiche: *il 27% del territorio nazionale* rischia di trasformarsi in deserto, con danni riscontrabili soprattutto nel sud del paese, come si evince dal documento: _“La Puglia è la regione più esposta con il 60% della sua superficie, seguita da Basilicata (54%), Sicilia (47%) e Sardegna (31%). Ma sono a rischio anche le piccole isole. Secondo l’ultimo Rapporto Enea disponibile le regioni considerate più a rischio sono: Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Particolarmente grave è il caso della Sardegna, dove risulta essere già colpito l’11% del territorio regionale. A forte rischio anche la Sicilia, nelle zone interne della provincia di Caltanissetta, Enna e Catania e lungo la costa agrigentina, e la Puglia, dove solo il 7% del territorio regionale non è affetto dal rischio deserto, mentre il 93% è mediamente sensibile (47,7%) e molto sensibile (45,6%)”._