• Articolo , 9 febbraio 2011
  • Progetto “baite cleantech”, turismo a emissioni zero

  • Stracolma, ieri sera, l’aula magna del polo universitario “F. Ferrari”, a Povo, per la prima “uscita pubblica” del progetto Baite cleantech voluto dalla Provincia autonoma di Trento. Addetti ai lavori, docenti, studenti, amministratori hanno risposto all’indubbia curiosità suscitata tanto dal progetto quanto dalle “star” dell’architettura contemporanea, Matteo Thun e Carlo Ratti, chiamate a confrontarsi con […]

Stracolma, ieri sera, l’aula magna del polo universitario “F. Ferrari”, a Povo, per la prima “uscita pubblica” del progetto Baite cleantech voluto dalla Provincia autonoma di Trento. Addetti ai lavori, docenti, studenti, amministratori hanno risposto all’indubbia curiosità suscitata tanto dal progetto quanto dalle “star” dell’architettura contemporanea, Matteo Thun e Carlo Ratti, chiamate a confrontarsi con una proposta di turismo sostenibile. Per i primi progetti di recupero delle baite sono stati infatti individuati professionisti con qualificanti esperienze maturate e comprovata professionalità acquisita nel campo dell’architettura sostenibile, del design e delle innovazioni tecnologiche. “Questo – ha detto l’assessore Gilmozzi – vuol essere un presidio ambientale del territorio, accettando la sfida di un passaggio, in questo caso delle baite, dall’uso agricolo ed economico a quello turistico”.

L’architetto Matteo Thun, studio in Milano, ha progettato negli ultimi decenni alcune delle opere più innovative dell’arco alpino, da ecoresidence montani ad alberghi a cinque stelle, oltre a prodotti e mobili. Il suo Side Hotel ad Amburgo è stato Hotel dell’anno 2001, il Vigilius Mountain Resort ha vinto il Wallpaper Design Award (2004) e il Radisson SAS Francoforte è stato indicato come miglior hotel aperto nel 2005). Carlo Ratti, studio a Torino, architetto e ingegnere, è docente al Massachusetts Institute of Technology, dove dirige il MIT Senseable City Lab, da lui fondato nel 2004. Al suo attivo, tra l’altro, il progetto di un padiglione con pareti fatte di “acqua digitale” all’ingresso della Expo 2008 a Saragozza, segnalato da TIME Magazine come una delle migliori invenzioni. Attualmente sta lavorando ad alcuni progetti per le prossime Olimpiadi di Londra.
A progettisti di questo calibro è stato chiesto di interpretare il progetto “baite cleantech” che è in capo alla Provincia autonoma di Trento, attraverso l’Incarico speciale per la promozione dei distretti tecnologici e per il programma di legislatura, mentre l’attuazione di alcuni aspetti operativi è stata affidata a Trentino sviluppo. Per le funzioni di indirizzo, consultive e di monitoraggio delle attività è stato costituito un gruppo di lavoro interdisciplinare, coordinato da Diego Loner, dirigente dell’Incarico speciale e composto da professionalità interne alla Provincia, all’Università degli studi di Trento e alla Fondazione Bruno Kessler. Ad introdurre e chiudere i lavori di ieri sera – un ricco e stimolante momento di confronto, non a caso punteggiato da molti interventi – l’assessore all’urbanistica ed enti locali, Mauro Gilmozzi.
Mentre all’architetto Thun e all’ingegner Ratti è toccato presentare i primi progetti elaborati. Il primo concepito per una baita nel Primiero dove, nel segno della low energy, “dentro” una struttura esistente verrà infilata, 60 i giorni di lavoro necessari per il montaggio, una struttura prefabbricata che conterrà tutti i comfort, attivi grazie ad un cogeneratore in fase di realizzazione presso i laboratori Fbk. “Il criterio decisivo di questo progetto – ha detto Thun – sarà la certificazione di qualità”. A Bersone, nella valle del Chiese, invece, Ratti trasformerà una baita in modo tale che sia autonoma per i consumi energetici, grazie ad una copertura per nulla impattante sull’ambiente e dove la luminosità interna verrà assicurata dall’uso di nuovi materiali, quali il nanogel.
Quale, dunque, la dimensione nella quale si punta al recupero delle baite, destinate a diventare oasi di silenzio e tranquillità, nel rispetto dell’ambiente e, nel contempo, avendo la garanzia di una totale connessione con le reti e di una sicurezza piena? L’approccio è olistico – ha detto Diego Loner-, le tecnologie da usare sono quelle verdi, le soluzioni energetiche possono cambiare caso per caso. Più volte evocata la nuova caldaia a biomassa, al cui prototipo stanno lavorando nei laboratori Fbk, ma si è parlato anche di un totem tecnologico di un metro cubo, da mimetizzare nell’ambiente. Wifi, sicurezza, telemonitoraggio sanitario gli altri ingredienti di un nuovo prodotto di turismo sostenibile, destinato non solo al Trentino ma distintivo dell’intero ambiente alpino. Insomma, un turismo ad emissione zero, ad alto contenuto tecnologico, destinato ad un nuovo stile vita e ad un target medio alto.
Proprio l’assessore Gilmozzi ha spiegato come l’idea di questo progetto nasca dal bisogno di un recupero edilizio montano da farsi in un contesto oggi assai mutato. Ecco quindi “una proposta turistica che vuole garantire il patrimonio edilizio esistente abbinandolo a tecnologie fino ad ieri sconosciute. Sono state scelte quattro aree del Trentino marginali finora rispetto ai grandi flussi turistici – Mocheni, Chiese, Tesino e Vanoi – e dove complessivamente verranno recuperate 120 baite. Si tenga conto che ad oggi il patrimonio esistente in Trentino è di circa 30 mila baite. Sarà un investimento a regia pubblica, per assicurare in loco il ritorno anche economico dell’operazione. Si tratta di un cammino che intende condividere una esperienza che è tanto di conservazione quanto di innovazione. Andiamo a testare un prodotto che potrebbe diventare assai appetibile nel contesto più vasto dell’innovazione”.
A Diego Loner – prima di dare spazio agli interventi di Thun e Ratti, che si sono ovviamente avvalsi di filmati, rendering e riferimenti anche alle loro esperienze architettoniche in ambito alpino – il compito di inquadrare il progetto Baite, rivolto ad una tipologia edilizia per secoli destinata all’allevamento e alla produzione agricola ed oggi chiamata a confrontarsi con una realtà ben precisa: quella di un patrimonio spesso in degrado, con il bosco alle porte quando già non invadente, in mancanza di manutenzione e dunque con lo stesso habitat a rischio. E’ dal 2001, ha ricordato Loner, che l’ente pubblico è impegnato nelle politiche di recupero, a partire da quei patti territoriali nel cui ambito nasce il progetto odierno.