• Articolo , 23 novembre 2010
  • Questo non è un romanzo di Agatha Christie

  • La Commissione Europea, con la decisione del 28 ottobre 2010, nega a l’Italia la terza deroga ai limiti di legge per l’arsenico nell’acqua potabile. 128 enti locali risultano fuori legge e rischiano ora di dover chiudere i rubinetti della rete idrica

Se fossimo finiti in un libro qualunque di Agatha Christie, forse, la cosa non sorprenderebbe più tanto. Se ci trovassimo nel film di Frank Capra, dove le anziane zie del protagonista “aiutano” i “loro signori” a lasciare la vita con un bicchiere di vino corretto al veleno, ci rideremmo sopra. Invece siamo ben lontani dalle pagine eleganti della scrittrice inglese così come dall’humour nero della pellicola diretta dal regista italo americano.
Eppure l’elemento chiave è lo stesso: l’arsenico; a cambiare stavolta è il luogo del delitto, che lascia i vecchi salotti british dell’immaginario comune per aprirsi a ventaglio su 128 comuni italiani nelle regioni di Campania, Lazio, Lombardia, Toscana. L’allarme, perché già di allarme si tratta, arriva in seguito alla pubblicazione di un documento della Commissione Europea, in cui Bruxelles respinge la richiesta di deroga, la terza per la precisione, ai limiti sulla concentrazione di arsenico nelle acque potabili. Limiti che a quanto pare sono stati ampiamente superati nelle forniture delle regioni sopracitate, in alcuni casi raggiungendo addirittura i *50 microgrammi di arsenico per litro* contro i 10 ammessi per legge. Nello specifico, la decisione della Commissione fa seguito nello specifico alla lettera inviata dal Bel Paese lo scorso 2 febbraio 2010 riguardante la proroga per l’innalzamento dei parametri consentiti temporaneamente per valori di 20, 30, 40 e 50 μg/l per l’arsenico, del parametro del borio per valori di 2 e 3 mg/l e del fluoruro per valori di 2,5 mg/l.
A stabilire tali limiti era stata la “direttiva 98/83/CE”:http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:1998:330:0032:0054:IT:PDF, (Drinking Water Directive, DWD) recepita dall’Italia e concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano. I parametri riportati tengono conto del principio di precauzione al fine di garantire che le risorse idriche possano essere consumate in condizioni di sicurezza nell’intero arco della vita, rappresentando pertanto un livello elevato di tutela della salute. La stessa direttiva prevedeva al suo interno la possibilità per gli stati membri di stabilire deroghe ai valori di parametro fissati purché nessuna di queste eccezioni presenti un potenziale pericolo per la salute umana e l’approvvigionamento delle acque destinate al consumo umano nella zona interessata non possa essere mantenuto con nessun altro mezzo congruo. In circostanze eccezionali la richiesta può essere avanzata una seconda e terza volta e così è stato per il Bel Paese che nel dossier di monitoraggio inviato all’Esecutivo europeo spiegava come un innalzamento temporaneo dei parametri fosse necessario per via della “naturalità” delle cause. L’origine geologica, per lo più vulcanica, ad esempio di alcune aree del Lazio, tra cui i Castelli Romani, è la causa naturale di un suolo ricco di elementi minerali come il fluoro e l’arsenico, che dopo una serie di combinazioni chimiche precipitano nelle acque sotterranee.
Ma, secondo quanto appurato da Bruxelles, l’eccezionalità del caso non sembrerebbe sussistere, o almeno non per l’ennesima volta lo Stivale dovrebbe pertanto procedere ora con le ordinanze di divieto nell’utilizzo acqua come potabile nei Comuni incriminati.

*Una minaccia col silenziatore*
Nell’occhio dell’Ufficio ambientale dell’Unione sono finite 5 regioni – Campania, Lazio, Lombardia, Toscana, Trentino-Alto Adige e Umbria – a causa dello stato di salute delle loro risorse idriche. In tema di arsenico la maglia nera va al *Lazio e i suoi 91 comuni* sul podio dei territori più a rischio. Segue la *Toscana con le sue 19 enti locali* ‘fuorilegge’, quindi il Trentino (10 comuni) e la Lombardia (8 comuni). Dati allarmanti ma non nuovi. In realtà perché scoppiasse il ‘caso’ c’è voluto anche troppo tempo, soprattutto se si considera che casi come quello di Velletri, in provincia di Roma, si trovano da tempo a fare i conti contro l’inquinamento da arsenico nella rete idrica. E a destare ancora più preoccupazione, anche a seguito della decisione inviata da Bruxelles, è la mancata informazione dei cittadini da parte degli enti pubblici, un silenzio che non si spiega e che non trova risposta. Commentano così i Comitati acqua pubblica di Velletri e Aprilia, assieme al Coordinamento acqua pubblica Castelli Romani: “Giudichiamo estremamente grave che la notizia sia stata nascosta per quasi venti giorni, mentre la Regione Lazio e le ASL cercavano goffamente di rassicurare la popolazione. Ora ci sembra chiaro che i cittadini non potranno pagare un servizio che viene fornito non a norma di legge. Diciamo poi basta alla mancanza di trasparenza su questioni che riguardano la salute dei cittadini. Sono anni che chiediamo alle ASL le analisi delle acque e ci vengono negate per futili motivi, mentre le nostre richieste di informazioni alla Regione Lazio circa i piani di rientro sono state per mesi ignorate”.
“I comitati acqua pubblica di Aprilia e dei Castelli romani chiedono ora l’immediata pubblicazione di tutti i dati sulla qualità delle acque, di poter partecipare agli incontri tra le ASL e i Sindaci e che i gestori rispondano in prima persona ed economicamente rispetto ad eventuali piani di rientro non rispettati. Parlare ancora di “emergenza” per coprire il mancato rispetto di una legge del 2001 (la legge 31 che applicava i parametri europei sulla qualità dell’acqua) è irresponsabile e politicamente grave. Chiediamo di conoscere il piano alternativo che sicuramente le istituzioni hanno preparato per affrontare l’eventuale – e poi confermato – parere negativo della Commissione europea per garantire l’acqua potabile alla popolazione. Vogliamo sapere come verrà affrontato l’impatto negativo per l’industria alimentare locale. Infine, chiediamo l’immediato avvio di un’indagine epidemiologica sulla popolazione colpita dall’eccesso di arsenico”.
Una preoccupazione più che giustificata. Le prove scientifiche riportate nella documentazione dell’Organizzazione mondiale della sanità e nel parere del comitato scientifico dei rischi sanitari e ambientali consentono deroghe temporanee fino a 20 μg/l, affermando che valori superiori determinerebbero rischi sanitari importanti. Parliamo di neuropatie periferiche, encefalopatie, alterazioni vascolari e cutanee fino a riconosciute forme di neoplasie polmonari.
Del rifiuto alla deroga si compiace Federcosumatori che avverte “Bisogna intervenire subito, ponendo dei filtri negli acquedotti ed applicando opportune miscelazioni per purificare l’acqua potabile. In mancanza di ciò Federconsumatori metterà in campo i suoi uffici legali, per denunciare tali comportamenti vergognosi e sconsiderati, che prefigurano il reato di avvelenamento colposo”.
Ora spetta dunque alle prefetture mettere mano al problema ed adottare – si spera – nel più breve tempo possibile una soluzione.