• Articolo , 9 gennaio 2009
  • Rifugiati climatici, i profughi invisibili

  • Le vittime delle conseguenze del surriscaldamento sono una categoria di migranti ancora sconosciuta ai più, priva di uno statuto ufficiale, ma destinata a crescere rapidamente. E a pagarne lo scotto ancora una volta sono i Paesi più poveri ed in primis le zone costiere e le isole del Sud-est asiatico, così come le aree in via di desertificazione dell’Africa subsahariana

Senza più casa, costretti ad abbandonare la propria terra perché zona a rischio, stravolta dai processi di desertificazione, stress idrico o innalzamento del livello del mare, e in attesa di futuro incerto fatto di piani di trasferimento e reinsediamento. Sono i “Climate Refugees”, letteralmente rifugiati climatici, gli sfollati da un processo a livello ambientale che trova l’uomo, nel medesimo tempo, causa geologica e vittima designata. La nuova ferita apertasi sulla pelle di questo millennio allarma e fa discutere, per poi scivolare nuovamente nel dimenticatoio mediatico, assecondato da un’opinione pubblica oramai sempre più immune al dramma del disastro. Intanto le prime “popolazioni in fuga” si fanno avanti: sono quelle dalle isole Carteret (1.500 abitanti), in Papua Nuova Guinea, costrette all’evacuazione totale entro il 2020 a fronte del progressivo innalzamento delle acque oceaniche e a cui è stato riconosciuto il triste titolo di primi effettivi profughi ambientali a causa del riscaldamento globale. E sono i 2.000 residenti dell’isoletta di Ontong Java, localizzata in un atollo del Pacifico che rischia di essere completamente inghiottito dal mare entro il 2015 e dove l´intrusione di acqua salata ha già devastato le coltivazioni di una delle principali colture alimentari delle isole. Ad alto rischio anche le Maldive: secondo le previsioni più ottimistiche il livello degli oceani è suscettibile di un aumento di 59 cm circa entro il 2100 (stime ONU) e per un arcipelago in cui l’elevazione massima è di 200 cm sopra al livello del mare appare ovvio l’impellente questione che si pone. Il neo presidente maldiviano Nasheed ha già lanciato una proposta: istituire un fondo sovrano con i proventi del turismo da destinare all’acquisto di nuova terra per i 380.000 isolani, nel caso in cui l’emigrazione forzata si rendesse inevitabile. Un salvagente, dunque ma anche un forte richiamo, nei confronti della comunità internazionale, di un Paese che intende rifuggire dall’etichetta di sfollati ambientali – nonostante per ora sia solo un’ipotesi – e che ‘non ci sta’ a dover subire un destino deciso altrove. Gli Stati isola sono, infatti, trai i primi a pagare lo scotto di un collasso della sostenibilità ambientale provocato dai Paesi sviluppati.
L’allarme ambientale fa il giro del mondo dal Bangladesh all’Africa occidentale, tanto che 43 Stati insulari appartenenti ad Africa, Caraibi, Oceano Indiano, Mediterraneo, Pacifico e Mar Cinese Meridionale, si sono riuniti nell’ “AOSIS”:http://www.sidsnet.org/aosis/ (Alliance of Small Island States) per portare all’attenzione dell’ONU le loro drammatiche condizioni.

A “remare contro” è anche la scarsa attenzione alla questione dimostrata dai Paesi sviluppati, ed in particolare dai grandi inquinatori, unitamente all’incapacità di rispondere a movimenti forzati di massa. Sono d’esempio i continui rifiuti da parte dell’Australia nei confronti della domanda di asilo collettivo avanzata dagli abitanti delle isole Tuvalu, un arcipelago di 9 atolli dell’oceano Pacifico destinato a sparire in un paio di generazioni. Un primo aiuto potrebbe arrivare ora dall’Unione Europea che nel suo rinnovato impegno contro il Global Warming ha firmato prima di Natale un accordo con il Pacific Islands Forum (PIF); l’intesa raggiunta mira ad affrontare l’incombente minaccia attraverso progetti di conservazione delle risorse naturali, di energie rinnovabili e di ricerca locale sul cambiamento climatico, a cui l’UE fornirà assistenza tecnica e finanziaria.

La situazione risulta essere ancora più complessa dal momento che, giuridicamente, i rifugiati climatici non esistono nel regime internazionale dei diritti umani. La Convenzione ONU di Ginevra (1951) indica come rifugiato colui che _“temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova al di fuori del Paese della sua nazionalità…”_ , lasciando dunque i profughi del cambiamento climatico esclusi da qualsiasi categoria predefinita e da qualsiasi diritto di asilo da Paesi terzi. A mancare, in realtà, è addirittura una definizione univoca del termine comunemente accettata a livello internazionale, tanto da essere più comunemente classificati come rifugiati “ambientali”; la difficoltà risiede in parte nello stabilire un legame diretto ed esclusivo tra il fenomeno climatico e la migrazione a causa dell’esiguità di dati e conclusioni di ricerche affidabili. E’ convinzione di molti che la creazione dello status di Climate Refugees si scontrerebbe contro la difficoltà di provare il movente ambientale del loro esilio, movente di solito risultato di considerazioni complesse che richiamano anche fattori personali, sociali ed economici e che non possono essere trasformati in una singola relazione di causalità. Il suggerimento che arriva da François Gemenne, ricercatore del Centro di studi etnici e della migrazione dell’Università di Liegi (Belgio) è che venga piuttosto adottato il termine di “sfollati ambientali” il cui significato meglio si adatterebbe a render conto del malessere delle popolazioni e per gli Stati ospiti avrebbe il pregio di essere indefinito e “temporaneo”.

Il termine stesso non è riconosciuto “ufficialmente” neppure a livello dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), nonostante nel recente incontro di Poznan l’agenzia stessa abbia espresso la sua preoccupazione sulla crescente consapevolezza dei pericoli del cambiamento climatico e la troppo poca attenzione destinata invece il suo probabile impatto sullo spostamento umano. Finora, la comunità internazionale si è concentrata su gli aspetti scientifici del cambiamento climatico, con l’obiettivo di comprendere i processi in gioco e stabilirne la natura antropogenica per mitigare l’impatto delle attività umane, nonostante fin dal 1990 l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) abbia ipotizzato che il singolo impatto di maggior portata causato dal cambiamento climatico potesse aversi proprio sulla migrazione umana.

Questa difficoltà di definizione unitamente alla paura di metter mano alla Convenzione di Ginevra si traduce in un ulteriore ostacolo a livello previsionale. Il rapporto più famoso in tal senso è quello redatto nel 1994 da Norman Myers, analista ambientale e tra i massimi esperti di biodiversità, che stimò che il numero di eco-profughi fosse di oltre 25 milioni, (ben 18 milioni in più rispetto ai rifugiati ufficialmente riconosciuti per motivi politici, etnici o religiosi). Le proiezioni presentate da Myers e confermate dall’UNHCR nel rapporto del 2002, prevedono per il 2050 una situazione che produrrà oltre i 150 milioni di profughi ambientali, concentrati soprattutto nell’Africa subsahariana, in India, Cina, Messico ed America Centrale. Secondo l’ultimo rapporto dell’IPCC, entro la metà di questo secolo, 200 milioni di persone rischiano di diventare permanentemente sfollati per cause ambientali, vale a dire oltre 1,5% della popolazione prevista per quella data, e dello stesso parere è il rapporto presentato lo scorso marzo a Bruxelles da Javier Solana, l’Alto rappresentante della UE per la politica estera. Allargando le stime a tutte le tipologie di crisi ambientali l’UNDP, il programma di sviluppo dell’ONU, sostiene poi che quasi un miliardo di persone siano a rischio di catastrofi naturali dove il cambiamento climatico agisce come fattore di esacerbazione: 344 milioni esposte a cicloni tropicali, 521 milioni a inondazioni, 130 milioni a siccità, 2,3 milioni a frane.

Contestualmente alla necessità di colmare i divari conoscitivi sulla questione, l’Unione Europea ha dato il via a “EACH-FOR”:http://www.each-for.eu/index.php?module=main, un progetto di ricerca sul cambiamento ambientale e gli scenari di migrazione forzata che si concentra sulle tendenze di molteplici problemi ambientali e degli aspetti sociopolitici e demografici associati. L’obiettivo del progetto è quello di rilevare e descrivere le cause alla base delle migrazioni forzate in relazione al degrado o al cambiamento ambientale e la loro associazione con i fenomeni di tipo sociale politico ed economico in Europa e nei principali paesi origine dei flussi migratori, producendo una serie di casi studio selezionati tra le seguenti regioni: Europa e Russia, Asia, Africa sub-sahariana e Nord Africa e America Latina. Nella scena internazionale anche l’UHNCR sta programmando di esaminare la questione dell’evacuazione indotta da fattori ambientali dal punto di vista della protezione/diritti umani, mentre l’UNESCO ha di recente dato il via ad un programma di lavoro sullo sviluppo di conoscenze, ricerche e capacità in materia di politiche urbanistiche, in previsione dell’impatto ambientale dell’urbanizzazione incontrollata nei territori rurali e costieri a causa della migrazione climatica.

I temuti primi impatti del Riscaldamento Globale si sono dunque appalesati in anticipo su ogni previsione, pur rimanendo nell’ombra mediatica, e premono ora sulla necessità di un serio impegno collettivo nella lotta ai cambiamenti climatici come unica strategia per affrontare le questioni legate all’ospitalità e alle politiche di adattamento. Una criticità ben riassunta nelle parole di Koko Warner, capo della sezione dell’UNU-EHS dedicata alla Vulnerabilità sociale e Migrazione ambientale, pronunciate al margine del vertice polacco dell’UNFCCC: “Non possiamo più chiudere gli occhi davanti a ciò che sta accadendo intorno a noi a causa dei cambiamenti climatici. Non possiamo più dire che stia succedendo altrove”.