• Articolo , 3 marzo 2011
  • Rinnovabili 2020, un altro decreto matrioska

  • (Rinnovabili.it) – Il 30 novembre scorso il Consiglio dei Ministri approva lo schema di decreto legislativo per l’attuazione della Direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili. Si tratta dell’ennesimo decreto matrioska, che rinvia a una serie di decreti attuativi gran parte delle decisioni relative in particolare all’entità degli incentivi, ma in materia chi […]

(Rinnovabili.it) – Il 30 novembre scorso il Consiglio dei Ministri approva lo schema di decreto legislativo per l’attuazione della Direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili. Si tratta dell’ennesimo decreto matrioska, che rinvia a una serie di decreti attuativi gran parte delle decisioni relative in particolare all’entità degli incentivi, ma in materia chi è senza peccato scagli la prima pietra. I punti del contendere sono altri.
Da un lato lo schema prevede modifiche delle misure in essere che dovrebbero finalmente togliere la generazione di calore da rinnovabili dall’attuale condizione di figlia di un dio minore, anche per quanto concerne gli usi termici della biomassa. Accanto a questa positiva innovazione il decreto penalizza però lo sviluppo dell’eolico e del fotovoltaico e gli impianti a biomassa di grossa taglia.
Per il fotovoltaico si pongono limiti per gli impianti su terreni agricoli che in pratica ne impediscono la realizzazione, oltre tutto centralizzando una decisione di competenza delle regioni. Gli impianti, infatti, potranno essere di potenza superiore a 1 MW e il rapporto tra potenza e superficie del terreno nella disponibilità del proponente non dovrà superare 50 kW per ettaro: vincoli che ne renderebbero irrazionale e diseconomica la realizzazione.
Per l’eolico e gli impianti a biomassa di potenza superiore a 1 MW viene di fatto imposto l’obbligo di cessione dei certificati verdi al GSE con una riduzione del loro valore del 30%, anche per gli impianti già in esercizio, quindi con effetti retroattivi. In tal modo si mette a rischio non solo il raggiungimento degli obiettivi al 2020 indicati nel *Piano d’Azione Nazionale* per le rinnovabili che il governo ha inviato a Bruxelles a luglio 2010, ma anche il proseguimento del funzionamento di impianti già in esercizio.
La reazione delle associazioni non solo dei produttori coinvolti, ma anche di altre non profit interessate allo sviluppo dell’economia verde, ha portato a un confronto che ha trovato il suo sbocco positivo nelle commissioni competenti di Camera e Senato, che per legge erano tenute a esprimere un parere sullo schema di decreto. In queste sedi, in un rapporto stretto anche con rappresentanti del governo, si è arrivati a pareri che, soprattutto nel testo della commissione del Senato, proponeva modifiche al testo iniziale che, per i due punti più controversi, abbassava al 15% la riduzione per i certificati verdi e portava a 200 kW per ettaro il limite per il fotovoltaico, escludendo terreni marginali, incolti, abbandonati, aree industriali dismesse o inquinate, demanio militare e cave esaurite.
A quanto risulta, queste e altre richieste di modifica proposte dalle commissioni parlamentari erano state sostanzialmente recepite in una prima stesura del decreto da sottoporre all’approvazione definitiva del Consiglio dei Ministri.

Nel frattempo si era però aperto un altro fronte. Un comunicato del GSE informava che gli impianti fotovoltaici in base alla legge ex-Alcoa completati entro il 2010, senza che fosse ancora effettuato l’allaccio alla rete, per altro regolarmente richiesto, quindi autorizzati a fruire degli incentivi previsti per il 2010, assommavano a circa 3.500 MW. Le revisioni in corso da parte del GSE ridurranno questa cifra, ma – a giudicare dalle verifiche sin qui fatte – non di molto. Di conseguenza è possibile che entro quest’anno si raggiunga l’obiettivo di 8.000 MW contenuto nel Piano d’Azione Nazionale. Obiettivo che per altro lo stesso Piano considerava _“indicativo”,_ cioè suscettibile di variazioni in corso d’opera.
D’altra parte che 8000 MW sottostimassero clamorosamente le potenzialità del fotovoltaico era stato segnalato in un documento sottoscritto da quasi tutte le associazioni delle rinnovabili e ambientaliste, inviato al Ministero per lo sviluppo economico nel corso della consultazione sulla bozza del Piano d’Azione Nazionale, nel quale si indicava come realistica una potenza compresa fra 15.000 e 18.000 MW (sempre modesta rispetto a 52.000 MW come obiettivo minimo previsti dal Piano d’Azione tedesco)

Invece di prendere atto della sottostima, il Ministro per lo sviluppo economico non solo si è prodotto in una filippica contro il fotovoltaico in particolare e le rinnovabili in generale, ma è anche intervenuto modificando in negativo il testo di decreto già predisposto. Per restare alle due controversie più eclatanti, il limite per gli impianti fotovoltaici a terra è stato abbassato a 100 kW per ettaro, mentre per i certificati verdi la riduzione è stata di nuovo riportata al 30%. In più al testo è stato aggiunto che _“nel caso di raggiungimento anticipato dell’obiettivo specifico per il solare fotovoltaico, fissato a 8.000 MW per il 2020 nell’ambito del Piano di azione … è sospesa l’assegnazione di incentivi per ulteriori produzioni da solare fotovoltaico fino alla determinazione, con decreto del Ministro dello sviluppo economico, da adottare di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del mare, sentita la Conferenza unificata, di nuovi obiettivi programmatici e delle modalità di perseguimento”._ In altri termini, non si rimodula subito l’obiettivo, ma si rinvia la decisione a dopo la verifica del raggiungimento degli 8.000 MW, creando automaticamente un vuoto normativo che metterebbe in crisi il comparto, che in pochi anni ha creato fra 15.000 e 20.000 posti di lavoro.
Le reazioni a queste scelte, che non hanno coinvolto soltanto le associazioni interessate, ma anche altri soggetti economici e sociali, e alla fine hanno prodotto spaccature all’interno della maggioranza e dello stesso governo, sono sfociate in una serie di riunioni interministeriali, da cui è emerso il compromesso approvato stamani dal Consiglio dei ministri. A parte qualche limatura del testo, per i punti cruciali in discussione l’esito non è certo entusiasmante.
Per l’eolico i miglioramenti sono davvero insufficienti: invece di una riduzione del 30% si scende al 22%. Per il fotovoltaico, l’attuale conto energia sarà applicabile agli impianti che saranno allacciati alla rete entro il prossimo 31 maggio. Entro il 30 aprile dovrebbe essere varato un nuovo decreto che in particolare stabilirà:
* a) il limite annuale di potenza elettrica cumulativa degli impianti fotovoltaici che possono ottenere le tariffe incentivanti;
* b) le tariffe incentivanti, tenuto conto della riduzione dei costi delle tecnologie e dei costi di impianto e degli incentivi applicati negli Stati membri dell’Unione Europea.

Innanzi tutto il nuovo conto energia viene bloccato ancora prima di raggiungere gli 8.000 MW, il che rappresenta una regressione non da poco. Inoltre, in linea di principio non si può non essere sul punto b, mentre il punto a è davvero iugulatorio per un settore in rapida espansione, per cui è difficile fare previsioni così vincolanti. Infine, fermo restando che la potenza nominale di ciascun impianto collocato su terreno agricolo non deve essere superiore a 1 MW e, nel caso di terreni appartenenti al medesimo proprietario, gli impianti vanno collocati ad una distanza non inferiore a 2 chilometri, all’installazione degli impianti non va dedicato più del 10 per cento della superficie del terreno agricolo nella disponibilità del proponente. In sostanza sarà possibile installare un impianto da 1 MW solo su proprietà di almeno 25 ettari, una limitazione non da poco.
Primo, amaro commento a caldo: forse il ministero per lo sviluppo economico farebbe bene a cambiare denominazione. (di G.B. Zorzoli)