• Articolo , 31 marzo 2009
  • Scenari e strategie per l’energia in Sardegna

  • All’incontro organizzato oggi nell’aula magna di Ingegneria, coordinato dal giornalista Giacomo Mameli, è mancato l’interlocutore politico. La concomitanza di altri impegni ha impedito la partecipazione di esponenti della Regione Sardegna ed è stato un vero peccato, perchè il tema della discussione è tra i più importanti e sentiti non solo in ambito accademico e tra […]

All’incontro organizzato oggi nell’aula magna di Ingegneria, coordinato dal giornalista Giacomo Mameli, è mancato l’interlocutore politico. La concomitanza di altri impegni ha impedito la partecipazione di esponenti della Regione Sardegna ed è stato un vero peccato, perchè il tema della discussione è tra i più importanti e sentiti non solo in ambito accademico e tra gli addetti ai lavori. L’argomento “Scenari e strategie per l’energia in Sardegna” ha infatti permesso uno scambio di opinioni ad alto livello sulla produzione energetica e sull’opportunità di reintroduzione dell’energia nucleare in Italia e nell’Isola.
Per Pasquale Mistretta “Dall’università possono arrivare modelli e soluzioni con ricadute immediate per le scelte politiche, economiche e occupazionali”. Come ha precisato il Rettore nel suo saluto di apertura, in questo settore l’ateneo mette in campo studiosi di provata capacità ed esperienze con le carte in regola per il confronto con il resto della nazione. Dello stesso parere anche il prof. Franco Nurzia – del Dipartimento di ingegneria meccanica – che ha introdotto i lavori. Secondo il docente l’importante è suscitare il dibattito ma anche saper andare oltre, cogliendo le indicazioni dei ricercatori e delle imprese che operano nel nostro territorio.
Molto chiaro l’intervento di Sergio Serci, docente di Fisica nucleare: nel 2030 il fabbisogno energetico mondiale sarà il doppio di quello attuale, nel 2050 addirittura il triplo. Da qui la necessità immediata “Piaccia o meno” di ripensare le scelte nazionali e quelle regionali.
Giorgio Cau, professore di Ingegneria meccanica e responsabile per Sardegna Ricerche di studi sulle fonti rinnovabili, ha fornito indicazioni sui legami tra emissione di anidride carbonica e i principali indici socio-economici. Ha inoltre illustrato le tecnologie Carbon Free facendo riflettere sull’utilizzo dei combustibili fossili, oggi attestato all’80% della produzione energetica mondiale e con disponibilità stimate per altri 30-40 anni. In particolare il prof. Cau ha proposto per la Sardegna il ruolo di polo ideale per sviluppare tecnologie R&DDD, cioè a ridottissimo impatto ambientale, in grado di minimizzare le emissioni di CO2.
Per la Sotacarbo, società a capitale pubblico (Enea-Regione Sardegna) impegnata nel settore con un proprio Centro ricerche, è intervenuto il presidente Mario Porcu. Lo studio Zero Emission Project, con la scelta di puntare sul carbone Sulcis, ha precisato l’ing. Porcu – Viene portato avanti da analisti, non da tifosi, o da nemici di una fonte anziché un’altra”. Soprattutto perché la bolletta degli italiani – e dei sardi – è più cara del 30/35% rispetto alla media europea e nonostante il piano energetico regionale in passato sia stato “fortemente condizionato da scelte ideologiche”.
Un convinto no al nucleare e ai depositi di scorie in Sardegna è stato confermato dal presidente regionale di Legambiente. L’ing. Vincenzo Tiana ha messo in primo piano l’esigenza strategica regionale di rispettare il Piano paesaggistico e di favorire il carbone Sulcis, la gassificazione e l’energia eolica: “In questa direzione sono già stati molti passi avanti. Solo 10 anni fa in Sardegna l’utilizzo delle fonti rinnovabili era pari allo zero per cento”.
Al termine delle relazioni è intervenuto ancora il Rettore Mistretta, che ha voluto chiedere spiegazioni sul perché il nucleare continui a fare tanta paura mentre nel resto dell’Europa permette la produzione di energia pulita a basso costo e non è vissuto con altrettanti timori. In proposito il prof. Serci si è espresso in termini di assoluta tranquillità dal punto di vista tecnico e della sicurezza ambientale, “Ma per un suo possibile utilizzo oltre la quota stimata del 5-6% , ha detto, sarebbe meglio attendere lo sviluppo di altre forme di nucleare, ad esempio le tecniche di fusione”. Da parte sua il prof. Cau ha invece precisato che già oggi il 16% dell’energia adoperata in Italia è di provenienza straniera ed è prodotta appunto da centrali nucleari europee.