• Articolo , 10 settembre 2009
  • Sogno di una notte di fine estate

  • Avverto in giro i prodromi di un’atmosfera che non mi piace. Già adesso, e siamo appena all’inizio del transitorio che ci sta portando dalla data della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della legge sullo sviluppo a metà febbraio 2010, tempo limite entro il quale dovranno essere emanate le norme per la selezione dei siti dove ospitare […]

Avverto in giro i prodromi di un’atmosfera che non mi piace. Già adesso, e siamo appena all’inizio del transitorio che ci sta portando dalla data della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della legge sullo sviluppo a metà febbraio 2010, tempo limite entro il quale dovranno essere emanate le norme per la selezione dei siti dove ospitare le nuove centrali nucleari e per le correlate procedure autorizzative, l’aria incomincia a diventare meno limpida.

Da parte di esperti di energetica, ma anche di autorevoli rappresentanti delle istituzioni, crescono gli interventi critici nei confronti delle fonti rinnovabili. Il repertorio è quello noto: costano troppo, anche nel prossimo futuro non saranno competitive, non garantiscono la necessaria continuità produttiva; ad ogni modo nella migliore delle ipotesi copriranno soltanto una frazione marginale del fabbisogno energetico del paese. Non mancano ovviamente gli operatori dell’informazione pronti a dar loro una mano.

La risposta delle organizzazioni e dei singoli tradizionalmente contrari all’opzione nucleare in molti (troppi) casi tende a rispolverare i vecchi armamentari polemici di venti – trenta anni fa.

Se i due schieramenti dovessero in buona sostanza replicare nei contenuti quelli di allora, mentre sono rimasti in pista (anzi, nel frattempo si sono rafforzati) i medesimi convitati di pietra che nei tardi anni ’80 furono i sostenitori occulti dell’opposizione al nucleare e gli unici a trarre vantaggio dai risultati dei referendum del 1987, anche i risultati rischierebbero di essere in misura tutt’altro che trascurabile copia conforme di quelli di allora.

La fine del nucleare, lungi dal favorire lo sviluppo delle fonti rinnovabili come ingenuamente pensavano molti antinuclearisti, bloccò in pratica fino all’inizio di questo decennio l’allora promettente decollo di queste fonti. Non solo quasi quindici anni di ritardo accumulati nei confronti di paesi allora più indietro di noi (Germania e Spagna, tanto per citare due esempi geograficamente vicini), ma la quasi completa distruzione delle capacità manifatturiere che erano sorte nel paese.

Per non ricadere in una trappola del genere, ai sostenitori della rivoluzione verde avanzo una modesta proposta. Rinunciate a esercitarvi sui costi di un impianto nucleare, sulla competitività o meno del kWh prodotto, sulla disponibilità nel mondo di riserve di uranio con accettabili costi economici (ed energetici) e via recitando. Da quando in Italia non esiste più il monopolio pubblico della generazione elettrica queste valutazioni spettano alle imprese presenti del settore, che in un’economia di mercato su scelte di queste dimensioni non possono scherzare né con i propri azionisti, né con le agenzie di rating.

Viceversa è doveroso pretendere che una tecnologia matura (cinquant’anni di esperienze alle spalle) cerchi di imporsi con le stesse regole di mercato che valgono per le altre tecnologie consolidate, e quindi denunciare puntualmente le azioni e gli strumenti che si stanno studiando per dare un “aiutino” agli impianti nucleari. Che si tratti di copertura di rischi finanziari scaricati in parte sui consumatori, di oneri riguardanti lo smaltimento finale dei rifiuti radioattivi e al decommissioning in modi obliqui posti a carico della collettività, di forme consortili produttori/grandi consumatori di dubbia compatibilità con le regole di mercato, tanto per fare esempi concreti di ciò che bolle in pentola, l’opposizione rigorosa a qualsiasi violazione o forzature delle regole di mercato, che direttamente o indirettamente andrebbe a danno della platea complessiva dei consumatori, sarebbe facilmente compresa e agevolmente fatta propria da gran parte dell’opinione pubblica.

E’ altrettanto doveroso richiedere il rispetto delle direttive europea e del corpus legislativo italiano per quanto concerne gli iter autorizzativi degli impianti nucleari, con particolare riferimento ai temi della sicurezza.
In materia i segni di un orientamento di segno opposto ci sono già: dall’accumulo di deroghe alle normali procedure autorizzative previste per gli insediamenti nucleari, contenute nella legge sullo sviluppo, alla misura nota come “sblocca reti”, inserita nel D.L. anticrisi, che il successivo decreto correttivo ha ridimensionato, ma non azzerato,

A prescindere dalle questioni di principio, che comunque non possono mai essere considerate marginali, nello specifico questi provvedimenti sono in larga misura suscettibili di impugnazione. Solo per citare gli esempi più eclatanti, essi cercano innanzi tutto di aggirare il macigno dell’articolo 117 della Costituzione, dove fra le materie di legislazione concorrente tra stato e regioni sono previste la produzione, il trasporto e la distribuzione di energia. Anche il potere sostitutivo del governo secondo l’articolo 120 della carta costituzionale può essere esercitato solo “nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali”, fra cui anche con un acrobatico esercizio di fantasia è difficile far rientrare la realizzazione di una particolare tipologia di impianti per la produzione di energia elettrica. Senza considerare il contenzioso che nascerebbe con Bruxelles per la violazione della direttiva che impone la VIA per le infrastrutture energetiche.

Perseguire questa strada significa però abbandonare l’idea del ritorno a un passato che privilegiava il movimentismo. La pressione dell’opinione pubblica, in particolare delle popolazioni più direttamente interessate, rimarrebbe uno strumento importante, ma da utilizzare in modo funzionale ai ricorsi di natura legale contro l’utilizzo di norme in palese contrasto sia con la costituzione italiana, sia con le direttive europee. Tanto per intenderci, modi di procedere più vicini a quelli dell’eroina del film “Erin Brockovich” e in misura corrispondente lontani da quelli adottati a Caorso negli anni ’80.

Un percorso come quello qui delineato, preoccupato soltanto di salvaguardare conquiste a favore del consumatore (la liberalizzazione del mercato elettrico) e alcuni capisaldi giuridici irrinunciabili in campo economico-ambientale, toglierebbe di mezzo le accuse di voler contrastare il nucleare per favorire le rinnovabili.

Nel frattempo, senza incentivazioni e privato delle norme scorciatoia, che ne sarebbe del nucleare?
Se vincente, il percorso che ho suggerito aumenterebbe, e di molto, il consenso dell’opinione pubblica per una strategia verde a tutto campo.

Temo però che il mio si rivelerà il sogno di una notte di fine estate.