• Articolo , 19 ottobre 2009
  • Summit a Londra, ancora appelli per Copenhagen

  • Ci sono ancora possibilità di raggiungere un accordo a Copenhagen per ridurre le emissioni di gas serra. Lo hanno detto Gran Bretagna e Stati Uniti che hanno presieduto il vertice a Londra dei maggiori inquinatori mondiali.

“La Gran Bretagna, e il mondo intero, vanno incontro a una catastrofe, alluvioni, siccità e mareggiate, se i governanti del mondo intero non riusciranno a trovare un accordo per combattere i cambiamenti climatici”.
Questa è la parte saliente dell’appello lanciato dal primo ministro britannico Gordon Brown. Nella capitale inglese è infatti iniziato oggi un summit cui partecipano i rappresentanti delle 17 maggiori potenze economiche mondiali, per cercare di raggiungere un’intesa su nuovi impegni finanziari per la lotta al riscaldamento climatico e per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra.
Certo ormai mancano solo cinquanta giorni alla Conferenza di Copenhagen e nonostante i numerosi incontri a livello internazionale lo scenario mondiale intorno ai problemi di riduzione del gas serra é complesso e intricato, con una serie di problemi che, ad esempio, spingeranno il presidente Usa Obama a dialogare con la Cina e il suo presidente Hu Jintao e subito dopo con l’India con il suo primo ministro Manmohan Singh, entro il mese di novembre.
“Non c’è alcun piano B – avverte il primo ministro inglese Brown – se a dicembre non sarà raggiunto un accordo a Copenhagen sul dopo Kyoto”.

h4{color:#D3612B;}. In vista di Copenhagen

Ai negoziatori restano appena 50 giorni di tempo per salvare il mondo dal riscaldamento globale. E conclude sottolineando l’impasse dei negoziati preliminari all’interno delle Nazioni Unite: “Se non raggiungiamo un accordo adesso, non abbiate dubbi: una volta fatto il danno con emissioni non controllate, non vi è possibilità che un accordo globale retroattivo ponga rimedio”.
Questo crea schieramenti non solo sulle misure da adottare in merito alla riduzione delle emissioni dei gas serra, ma anche tra gli ottimisti che credono che alla fine a Copenhagen un accordo si troverà e chi invece è scettico, se non pessimista, sulle possibilità di una soluzione concordata e condivisa.
Ad esempio Todd Stern, l’emissario americano sul clima, alla Tv britannica Channel 4 ha dichiarato: “E’ assai probabile che a Copenaghen non venga trovato nessun accordo, il negoziato è difficile e le trattative internazionali in materia hanno sì fatto dei progressi ma in maniera troppo lenta”. Anche se in un’intervista ad un settimanale Stern aveva auspicato: “Si può guardare alle misure adottate dai paesi in via di sviluppo e in quelli industrializzati e concludere, come faccio io, che ci sarà l’accordo”.

h4{color:#D3612B;}. Programmi e critiche

In effetti negli ultimi mesi qualche segnale positivo a livello globale si coglie, ma si tratta di azioni dei singoli paesi e non di accordi tra più paesi, con la supervisione di un’autorità sovranazionale.
Ad esempio l’Indonesia ha dichiarato che taglierà le emissioni di gas serra di un terzo rispetto agli attuali trend entro il 2020. Anche la Cina ha presentato tramite il premier Hu Jintao un proprio piano per l’industrializzazione dichiarando che taglierà le emissioni di carbone. Entro il 2020 pure il Giappone ridurrà le emissioni di gas serra nell’atmosfera del 25% (su base 1990).
“È opinione condivisa dagli scienziati – oggi pubblica il Daily Telegraph dando voce ad un appello del Wwf – che contenere l’innalzamento delle temperature al di sotto di una soglia di due gradi centigradi potrà essere ottenuto solo se le emissioni di gas serra saranno dimezzate entro il 2050”.
Ma ci vorrà una vera e propria “rivoluzione industriale verde” tutta concentrata nei prossimi cinque anni, con enormi investimenti per passare dai carburanti fossili e quelli alternativi, come le fonti eoliche, solari “. Domani l’ultimo giorno del meeting e poi solo l’appuntamento di Barcellona prima della resa dei conti a Copenaghen.