• Articolo , 19 dicembre 2008
  • Suoli avvelenati

  • La contaminazione industriale dei terreni in Italia è un problema di grande portata e spesso mal affrontato. Risultato? Un grave rischio per la salute di tutti

Amianto, idrocarburi, solventi, diossina, mercurio, piombo: quante sono le sostanze chimiche che inquinano il sottosuolo italiano? Tante e tutte hanno una chiara e inequivocabile origine industriale. Sversamenti accidentali di materiali tossici, smaltimento illegale di rifiuti, mancato o non sufficiente abbattimento delle emissioni inquinanti avvengono continuamente e purtroppo nell’indifferenza generale.
La contaminazione del terreno non è soltanto un problema dimenticato nel nostro Paese, è anche e soprattutto sottovalutato. Perché il rifiuto che non si vede, che magari è stato “nascosto” illegalmente sotto pochi metri di terra per non essere visto, è quello più letale.
Benvenuti nell’Italia dei veleni, dove in superficie i prati sono verdi (apparentemente), ma dove sotto, scordate da tutti, si annidano tonnellate di sostanze tossiche.
L’inquinamento industriale non è una questione nuova. È nata, infatti, nella prima metà del ‘900, quando la produzione mondiale di beni e servizi è aumentata in modo esponenziale. Negli ultimi decenni l’innovazione tecnologica ha sicuramente migliorato la qualità degli impianti di produzione, ma l’impatto ambientale delle attività industriali resta enorme.
Si parla frequentemente di inquinamento atmosferico e delle polveri emesse nell’aria da raffinerie e centrali termoelettriche. Ma non si dice che le stesse polveri nel tempo si depongono sui terreni, contaminandoli. Non solo, gli scarichi di sostanze chimiche nelle acque superficiali di canali, fiumi e laghi finiscono con l’inquinare anche le acque profonde delle falde e quindi i terreni. Infine, i rifiuti che rimangono a valle del ciclo produttivo, come per esempio le scorie di fonderia, i fanghi da depurazione, gli oli esausti, le ceneri da incenerimento, le polveri di abbattimento fumi, sono altamente tossici e, se non trattati adeguatamente, avvelenano letteralmente i suoli.
Fra il 1999 e il 2005, in Italia, come nella maggior parte degli Stati dell’Unione Europea, è aumentata fortemente la produzione dei rifiuti derivanti da attività economiche, quali l’industria manifatturiera, quella mineraria, il settore edile e l’agricoltura. Le attività industriali producono ben il 75% dei rifiuti totali, mentre solo il 25% deriva dalle attività domestiche. Secondo il Rapporto Rifiuti 2007 dell’Apat (Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi Tecnici), nel 2005 in Italia sono stati prodotti 107,5 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, di cui 5,9 milioni pericolosi.
Un eccesso di sostanze tossiche nel suolo ne altera le caratteristiche chimico-fisiche, compromettendone la capacità protettiva di barriera naturale, in grado di mitigare gli effetti degli inquinanti. Ciò fa sì che anche le funzioni produttive ed ecologiche siano danneggiate. I contaminanti, poi, non solo finiscono con l’inquinare i pozzi d’acqua potabile, ma dal suolo si trasferiscono nella catena alimentare attraverso la flora e la fauna avvelenate.
Le sostanze chimiche industriali sono, in genere, tutte tossiche per l’organismo umano e in gran parte cancerogene. L’ingestione, l’inalazione o il contatto con elevate quantità di esse possono quindi causare gravi intossicazioni, principalmente a fegato, reni e polmoni, e varie forme tumorali.
L’esposizione umana alle sostanze prodotte da un’industria si distingue tra occupazionale, quando riguarda esclusivamente i lavoratori impiegati in un particolare processo produttivo in cui vengono manipolati materiali pericolosi (le centinaia di morti per cancro tra gli operai degli stabilimenti petrolchimici o per la lavorazione dell’amianto), e ambientale, quando ad essere esposta è tutta la popolazione di una zona a causa di un evento accidentale, come un’esplosione o un incendio, oppure per la continua emissione di composti inquinanti nell’aria, nel suolo e nelle acque. In quest’ultimo caso, sono gli abitanti delle zone limitrofe alle aree industriali e alle discariche abusive di rifiuti tossici ad essere più vulnerabili, e quindi a maggior rischio di salute.
Non è, infatti, casuale che in alcune zone della Campania, quali il Litorale Domizio Flegreo e l’Agro Aversano, dove lo smaltimento illegale di rifiuti industriali ha creato uno stato di contaminazione elevatissimo da policlorbifenili (PCB), furani e diossine, la mortalità per tumori sia significativamente maggiore rispetto alla media regionale. Le indagini epidemiologiche condotte nel 2004 dall’Istituto Superiore di Sanità, indicano che la percentuale di morti per tumore nella popolazione maschile del Comune di Giugliano, poco a Nord di Napoli, ad esempio, supera di 7 punti la media regionale, con picchi del 30% per i carcinomi alla vescica.
Oltre quelle campane ci sono molte altre località italiane altamente contaminate. Qualcuna è stata resa tristemente nota dalle cronache, come Porto Marghera, per il cloruro di vinile monomero (CVM), i PCB, i pesticidi clorurati, le diossine e i furani del polo petrolchimico, Casal Monferrato per l’amianto dello stabilimento Eternit, Taranto per gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), il piombo, le diossine, i PCB e il monossido di carbonio dell’industria siderurgica, Brindisi per le discariche abusive di rifiuti industriali del petrolchimico, Gela per i fanghi di depurazione contenenti mercurio e gli scarichi in mare delle acque di processo delle raffinerie e degli stabilimenti petrolchimici (Legambiente, “La chimera delle bonifiche”, 2005).
In totale in Italia sono 54 i Siti contaminati di Interesse Nazionale (SIN) censiti dal Ministero dell’ambiente nel Programma nazionale di bonifica, in base alle caratteristiche dell’area, alla quantità e al tipo di sostanze inquinanti e alla gravità del rischio sanitario e ambientale. Si tratta di 639.414 ettari (più di 600.000 campi da calcio) di terreni inquinati, alcuni dei quali, i cosiddetti “megasiti” (come Casal Monferrato: 74.325 ettari; Litorale Domizio Flegreo: 140.755 ettari; Sulcis: 356.353 ettari), con livelli ed estensioni della contaminazione del suolo e delle acque di falda tali da ipotizzare non meno di 25 anni per un recupero totale (Annuario dei dati ambientali Apat 2006).
Ai SIN bisogna poi aggiungere le migliaia di siti di interesse e competenza regionale: 15.000 quelli potenzialmente contaminati e più di 4.000 quelli accertati da bonificare (Annuario dei dati ambientali Apat 2006).
Tra i siti inquinati spiccano i cosiddetti brownfields, ossia le ex aree industriali o commerciali ormai abbandonate e inattive, che si trovano spesso all’interno del territorio urbano, soprattutto nelle regioni del Nord Italia, dove in passato si è avuto il più intenso sviluppo industriale (Lombardia, Piemonte e Veneto) e che quindi hanno un’elevata potenzialità economica. Nel Centro-Sud, invece, dove lo sviluppo industriale si è concentrato in un limitato numero di aree, sono presenti poche, ma estese zone contaminate.
Le principali fonti di inquinamento dei suoli sono quindi le industrie, le miniere e le discariche che a causa di perdite degli impianti e dei serbatoi o il non corretto smaltimento dei rifiuti e degli scarichi idrici, possono determinare fenomeni di contaminazione locale. In Italia le attività coinvolte in questi fenomeni sono essenzialmente le raffinerie petrolifere, l’industria chimica e petrolchimica, l’industria metallurgica e lo smaltimento dei rifiuti industriali.
Non sempre si riesce ad identificare e localizzare la fonte di contaminazione. Alcune volte, infatti, l’inquinamento del suolo è legato all’immissione nell’ambiente di grandi quantità di sostanze tossiche da parte di molte fonti disperse nel territorio. Si parla in questo caso di contaminazione diffusa. Per questo tipo di problema manca ancora in Italia un quadro omogeneo a scala nazionale anche se è stato accertato sia presente in tutte le regioni.
In generale la contaminazione diffusa si riscontra in prossimità delle grandi aree industriali, nei territori fortemente urbanizzati e nelle aree ad agricoltura intensiva.
I gas e le polveri emesse in atmosfera dalle industrie e dai veicoli a motore, nel tempo si depongono al suolo rilasciando metalli pesanti come piombo, mercurio, cadmio, arsenico, cromo, zinco e rame, composti organici come idrocarburi, diossine e furani, e contaminanti acidificanti come ossidi di zolfo (SOx), ossidi di azoto (NOx) e ammoniaca (NH3).
Le colture condotte con metodi intensivi, poi, prevedendo il massiccio utilizzo di fitofarmaci e di fertilizzanti chimici, creano un surplus di elementi nutritivi (azoto, fosforo e potassio) e un accumulo di metalli pesanti nel suolo. L’eccesso di nitrati, in particolare, essendo molto solubili in acqua e quindi difficilmente trattenibili nel terreno, determina gravi fenomeni di inquinamento delle falde, causando nello stesso tempo l’eutrofizzazione degli ecosistemi acquatici.
Per quanto riguarda, in particolare, i metalli pesanti, una loro concentrazione elevata nei suoli profondi potrebbe essere dovuta anche al rilascio naturale delle rocce presenti. Però i campionamenti effettuati nel 2005 dall’Apat in quasi tutte le regioni italiane hanno riscontrato un accumulo di zinco, rame, piombo e cadmio nei primi trenta centimetri di suolo, indice di una contaminazione di matrice antropica.
La definizione e il recupero dei siti contaminati sono regolamentati in Italia dal D.Lgs. 152 del 2006 che ha sostituito e in parte modificato il precedente D.M. 471 del 1999. Il nuovo decreto ha superato il semplice approccio del confronto tabellare della vecchia normativa introducendo l’analisi di rischio, che permette di distinguere tra siti potenzialmente contaminati, per i quali bisogna procedere alla preliminare caratterizzazione ambientale per definire lo stato di inquinamento, e siti contaminati, che devono essere immediatamente bonificati.
A distanza di nove anni dall’emanazione del D.M. 471/99, il programma nazionale delle bonifiche procede molto lentamente, a causa anche delle continue revisioni del D.Lgs. 152/06.
Attualmente il numero di aree effettivamente bonificate all’interno di ogni SIN è ancora esiguo, e oltretutto la maggior parte di queste si trova all’interno dei siti più piccoli. Nel 2006 la percentuale di superficie bonificata o svincolata sul totale delle aree dei SIN (639.414 ettari) era appena lo 0,2% (elaborazione su dati dell’Annuario dei dati ambientali Apat 2006). Le attività hanno riguardato, per ora e neppure in tutti i SIN, l’approvazione dei piani di caratterizzazione, le misure di messa in sicurezza d’emergenza e le indagini preliminari.
I siti contaminati o potenzialmente contaminati di competenza regionale, invece, avrebbero già dovuto essere tutti inseriti in apposite “anagrafi regionali dei siti da bonificare” secondo quanto previsto dal D.M. 471/99, in modo che le Regioni, sulla base dei dati raccolti, potessero adottare i relativi piani di bonifica. In realtà oggi la realizzazione delle anagrafi è in grave ritardo rispetto ai tempi previsti e oltretutto, le poche predisposte, presentano significative disomogeneità tra loro nei dati raccolti perché, di fatto, manca ancora a livello nazionale una procedura omogenea per identificare le aree potenzialmente contaminate.
Un problema particolarmente significativo inoltre è quello della mancata applicazione delle tecniche di bonifica in situ. La normativa prevederebbe, infatti, di privilegiare il trattamento dei terreni inquinati direttamente in loco in modo da evitare tutti i possibili rischi derivanti dal trasporto di terre contaminate, oltre alle difficoltà di gestire discariche di rifiuti pericolosi e di reperire le relative aree necessarie.
Ma tecnologie come il trattamento diretto degli inquinati organici facilmente biodegradabili e volatili, le ossidazioni o l’inertizzazioni chimiche, che hanno trovato una vasta applicazione a livello internazionale, in Italia hanno incontrato fino ad oggi l’opposizione delle amministrazioni pubbliche e delle comunità locali, per timori, spesso pregiudiziali, sulla sicurezza, l’efficacia e i controlli.
La movimentazione dei suoli inquinati è un problema grave perché favorisce il loro smaltimento illegale, fenomeno inquietante e purtroppo molto radicato in alcune regioni del nostro Paese, specialmente del Sud, come denunciato annualmente dai diversi rapporti Ecomafia di Legambiente. I rifiuti pericolosi e i terreni contaminati, cioè, una volta rimossi, invece di essere conferiti in discariche controllate e gestite a norma di legge, vengono abbandonati tal quali o parzialmente interrati in altri siti non idonei, andando perciò ad estendere e aumentare fortemente il livello di contaminazione generale (il Litorale Domizio Flegreo e l’Agro Aversano in Campania sono gli esempi più eclatanti di questo fenomeno).
Lentezze burocratiche, confusione normativa, mancanza di direttive tecniche certe e univoche sul territorio nazionale e l’inserimento della criminalità organizzata sono in definitiva le cause del pesante stato di contaminazione del suolo italiano.
In particolare la cronica scarsità di risorse finanziarie pubbliche limita l’attuazione dei risanamenti a quei siti abbandonati il cui riutilizzo, una volta bonificati, assicuri un ritorno economico, con il rischio però di non controllare le tante piccole attività industriali in esercizio.
Sono comunque molto positive le riqualificazioni che si stanno realizzando negli ultimi anni nei brownfields ad alto valore economico della Lombardia e del Piemonte. A Milano, per esempio, tramite l’analisi di rischio, interi quartieri ex industriali in totale degrado nel nord della città sono stati parzialmente o totalmente recuperati e adibiti ad aree residenziali e commerciali e a verde pubblico.
A parte questi esempi qualificanti, la situazione appare oggi molto compromessa e di difficile soluzione. Da un lato c’è la questione dei processi industriali che in Italia devono essere ancora migliorati e ammodernati, adottando, per esempio, tecnologie di produzione più efficienti e meno impattanti sull’ambiente, mitigando maggiormente le emissioni in atmosfera e nelle acque e limitando l’uso e la commercializzazione di sostanze potenzialmente contaminanti, specialmente in agricoltura. Dall’altro, lo stentato avvio del risanamento delle aree già inquinate deve essere sbloccato promulgando leggi più chiare e snellendo le procedure amministrative.
Per quanto riguarda infine la mancanza di risorse economiche, il problema potrebbe essere superato, come propone Legambiente, creando un fondo nazionale finanziato dallo stesso mondo dell’impresa.
La sfida è enorme, ma ne va della salute di tutti quanti. La mano della criminalità organizzata e la scarsissima cultura ambientale del nostro Paese saranno gli ostacoli più critici e lunghi da superare.