• Articolo , 28 marzo 2008
  • Termovalorizzazione “made in Italy”: a che punto siamo?

  • Dopo le note vicende campane tutti ne parlano, ma spesso senza cognizioni. Ma cosa sono esattamente? E qual’è la situazione attuale nel nostro Paese?

Per termovalorizzazione si intende un sistema di gestione dei rifiuti che permette di sfruttarne il potere calorifico e trasformare il calore sprigionato dalla loro combustione in energia elettrica. Pertanto, un termovalorizzatore è in realtà un inceneritore, dal quale tuttavia si distingue per la fase di recupero energetico. Questo tipo di impianti sono delle vere e proprie centrali elettriche che utilizzano i rifiuti solidi urbani adeguatamente trattati, il CDR (combustibile derivato dai rifiuti), come combustibile per produrre calore o energia o entrambi (sistemi cogenerativi).
La politica dell’Unione Europea a tal riguardo prevede il superamento della discarica come principale strumento per lo smaltimento dei rifiuti, puntando molto di più sul riciclaggio e sugli inceneritori. Attualmente, infatti, in Europa sono attivi più di 350 impianti di termovalorizzazione (cui se ne aggiungeranno oltre 100 entro il 2012) distribuiti in 18 nazioni, che trattano ogni anno circa 40 milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbani. Questo sistema di gestione è molto diffuso anche al di fuori dell’Europa, come in Usa, Canada e Giappone.
I paesi europei più “virtuosi” sono Francia e Germania, ma anche Svezia, Danimarca e Olanda. La Francia con i suoi 123 termovalorizzatori è il paese europeo con il maggior numero di impianti; la Germania è invece quello che brucia la maggior quantità di rifiuti (12 milioni di tonnellate ogni anno), a fronte di 58 impianti operativi. A loro volta, Svezia e Danimarca bruciano rispettivamente il 55% e il 50% dei loro rifiuti. In Olanda, invece, sorgono alcuni fra i più grandi inceneritori d’Europa. Ci sono però anche paesi europei, come Austria, Spagna, Inghilterra, Finlandia, Irlanda e Grecia, che ne fanno un uso molto limitato o nullo.
E in Italia? La gestione dei rifiuti mediante incenerimento si è diffusa sul territorio nazionale tra il 1960 e il 1970, subendo una marcata battuta di arresto nel corso degli anni ‘80. A partire dalla metà degli anni ‘90 si sono riscontrati lenti ma continui segni di ripresa, a seguito sia degli sviluppi tecnologici del settore sia, soprattutto, dell’evolversi della normativa in campo ambientale che ha riconosciuto al recupero energetico un ruolo irrinunciabile ai fini dell’attuazione di un sistema integrato di gestione dei rifiuti. La situazione nazionale si è evoluta attraverso un lento ma costante aumento degli impianti operativi che ha riguardato dapprima le regioni del Nord del Paese e, solo negli ultimi anni, anche quelle del Centro-Sud, nelle quali tuttavia tale opzione rimane, ad oggi, in forte ritardo. Contestualmente, anche i quantitativi annui di rifiuti trattati termicamente sono passati dai circa 1,57 milioni di tonnellate del 1996 ai circa 4,5 del 2006.
Per quanto riguarda invece le modalità di recupero energetico, negli anni c’è stata una forte riduzione degli impianti privi di forme di recupero energetico, a favore di quelli con sistemi di produzione energetica, in prevalenza elettrica.
Il Rapporto Rifiuti 2007 dell’APAT fotografa in maniera puntuale la realtà della termovalorizzazione “made in Italy”, riferita all’anno 2006. Dai dati resi noti dal Rapporto, emerge che, di fronte ad una produzione nazionale di rifiuti urbani in crescita, pari a 32,5 milioni di tonnellate nel 2006 (oltre il 2,7% in più rispetto al 2005), ed una positiva diffusione della raccolta differenziata (25,8% della produzione totale dei rifiuti urbani, contro il 24,2% rilevato nel 2005), in Italia la discarica si conferma la modalità di gestione dei rifiuti urbani più diffusa (47,9%).
Il ricorso alle altre forme di gestione appare in generale abbastanza stabile: l’incenerimento, pur facendo registrare una diminuzione dello 0,1% rispetto al 2005 (10,1% nel 2006), vede crescere la quota di rifiuti trattati, che sale a oltre il 12% dei rifiuti urbani prodotti a livello nazionale.
Nel 2006, sulla base dei dati APAT, in Italia risultano operativi 50 impianti di termovalorizzazione, 48 dei quali attivi a pieno regime: quasi il 60% di questi è localizzato al Nord (29) e oltre il 70% degli impianti delle regioni settentrionali è localizzato in due sole regioni, Lombardia (13) ed Emilia Romagna (8). Al Centro sono operativi 13 impianti, dei quali 8 in Toscana. Meno fortunato il Sud che conta 8 impianti: 2 in Puglia, 2 in Basilicata, 1 in Calabria, 1 in Sicilia e 2 in Sardegna. Nel numero totale è stato considerato anche l’impianto di Potenza, che risulta in fase di collaudo, nonché l’impianto di Taranto Statte che ha operato solo per un breve periodo.
Tra gli impianti operativi, due non prevedono recupero energetico: sono gli impianti di Messina e Firenze, tra l’altro ormai tecnologicamente superati, che hanno smaltito nel 2006 circa 39 mila tonnellate di rifiuti urbani. Sono invece 8 gli impianti dotati di cicli cogenerativi (Cremona, Milano, Brescia, Bolzano, Ferrara, Reggio Emilia, Granarolo dell’Emilia, Forlì), con la produzione sia di energia elettrica sia di quella termica, che hanno trattato 1,7 milioni di tonnellate di rifiuti recuperando 1,3 milioni di MWhe di energia elettrica e 689 mila MWht di energia termica. I rimanenti 38 impianti infine presentano sistemi per il solo recupero energetico elettrico e hanno trattato oltre 2,7 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e CDR, con un recupero di 1,6 milioni di MWhe di energia elettrica. Complessivamente, pertanto, nel 2006 sono stati recuperati circa 2,9 milioni di MWhe di energia elettrica (contro gli 809 mila MWhe del 2000) e 689 mila MWht di energia termica.
Sempre secondo il Rapporto APAT, ammontano a circa 4,5 milioni di tonnellate i rifiuti inceneriti negli impianti dedicati al trattamento dei rifiuti urbani: di questi, 3,3 milioni di tonnellate sono rifiuti urbani, 687 mila tonnellate CDR, 500 mila tonnellate altri rifiuti speciali e 52 mila tonnellate rifiuti sanitari. I rifiuti pericolosi trattati sono oltre 72 mila tonnellate, costituiti, in gran parte, da rifiuti del settore sanitario ed ospedaliero.
Ricalcando la distribuzione territoriale degli impianti, la maggior quantità di rifiuti è incenerita nelle regioni del Nord: la regione Lombardia tratta quasi il 49% del totale dei RU e CDR avviati a tale forma di gestione. A seguire: Emilia-Romagna (16,1%), Toscana (6,2%), Lazio (5,7%), Veneto (4%), Sardegna (3.9%) e Friuli-Venezia Giulia (3,4%).
La Lombardia, con il 39%, è di nuovo al primo posto anche considerando la percentuale dei rifiuti inceneriti rispetto alla produzione regionale di rifiuti, seguita da Friuli-Venezia Giulia (22,7%), Emilia-Romagna (22,2%), Sardegna (18,3%), Trentino-Alto Adige (13,2%), Calabria (12,5%), Basilicata (11,6%) e Veneto (6,7%).

Per concludere, uno sguardo al futuro. Coerentemente con la tendenza europea, anche in Italia verranno realizzati altri impianti e potenziati alcuni di quelli esistenti. Per il 2009, ad esempio, nel Lazio è in programma l’entrata in funzione del gassificatore di Roma ed il potenziamento dell’impianto di S. Vittore con una seconda linea; pianificato anche il potenziamento dell’impianto di Lecco con una terza linea. Sono invece previsti 4 nuovi impianti in Sicilia (Augusta, Siracusa, Palermo, Catania) e uno a Torino, in fase di appalto, mentre è in programma la chiusura nel 2010 dell’impianto di Bolzano. Infine, sempre nel 2009, si assisterà probabilmente all’entrata in funzione del “famoso” termovalorizzatore di Acerra, in Campania.

Per esaminare in dettaglio la situazione si rimanda alla tabella, basata sui dati forniti da APAT ed ENEA.