• Articolo , 31 ottobre 2008
  • Un’alleanza globale tra scienza, politica ed industria

  • L’attuale stato di salute del nostro pianeta non consente indugi o spazio a facili ottimismi: solo la scienza può indicare strategie e soluzioni alle quali politica ed industria debbono ispirarsi

Siamo molto preoccupati per la distanza che in questi anni si è creata in Italia fra politica e scienza di fronte alle grandi emergenze ambientali.
Gli studi sui cambiamenti climatici, raccolti e sintetizzati nei rapporti dell’IPCC ci dicono che la perdita complessiva di produttività dei terreni agricoli, l’avanzata del deserto, la modifica dei cicli idrologici, ci porterà nel 2050 ad avere circa 3 miliardi di persone con serie difficoltà di approvvigionamento di cibo ed acqua. Ma questo futuro drammatico è già iniziato. Negli ultimi 2 anni, secondo la FAO la popolazione affetta da gravi carenze alimentari è aumentata da 854 a 923 milioni. Si prevede che per ogni grado di aumento delle temperature medie mondiali la produzione cerealicola diminuirà del 10%, e questo a fronte di una popolazione mondiale che nel 2050 supererà i 9 miliardi; già oggi le riserve mondiali di cereali sono ai minimi storici.
Non si tratta di un problema lontano, che riguarda solo gli orsi alla deriva su frammenti di banchina di ghiaccio, o di un imprecisato futuro. Se cicloni di eccezionale violenza si abbattono con crescente frequenza sull’America Centrale, se terribili alluvioni in Asia provocano migliaia di morti, se il deserto continua ad avanzare in Asia, in Australia e in Africa, è vero anche che i primi sintomi di desertificazione sono già presenti nel sud del nostro paese. Se questo trend continuerà dovrete aggiungere più di uno zero al numero di disperati che cercheranno rifugio presso le nostre coste; ed allora capite di fronte a questa prospettiva come appaiono insensate ed insignificanti le discussioni sulle modalità di regolazione dei flussi migratori che occupano in questi tempi la stampa e le sedute parlamentari.
La stessa città di Roma, a causa delle scarse precipitazioni di questi ultimi anni, è sull’orlo di una crisi idrica che non credo abbia precedenti nella sua storia plurimillenaria e che rischia di sfociare entro pochi mesi nel razionamento dell’acqua. Non c’è neanche bisogno di interpellare l’azienda che distribuisce l’acqua o di procurasi le statistiche meteorologiche degli ultimi 10 anni; basta affacciarsi da uno dei tanti ponti della città e vedere il livello del Tevere oggi, in un periodo in cui normalmente dovrebbe essere in piena.
Se oggi il mondo è allarmato per la crisi dei mercati finanziari, di quella che comunemente viene definita l’economia di carta, la crisi ben più preoccupante che ci attende nei prossimi anni è la crisi dell’economia reale di cui una forte componente saranno proprio i cambiamenti climatici. Secondo Nicholas Stern, ex vice-presidente della Banca Mondiale, l’investimento necessario ad evitare gli effetti peggiori dei cambiamenti climatici e da 5 a 20 volte inferiore ai danni economici previsti. Il problema è che gli investimenti più massicci sono necessari entro i prossimi anni, mentre gli effetti economici negativi si manifesteranno maggiormente intorno al 2050.Ed allora è necessario essere lungimiranti e responsabili nei confronti del paese, anche se la preoccupazione per il presente in politica paga più di quella per il futuro.
Ai politici rivolgo allora due inviti. Il primo è di non avere paura del futuro; il futuro fa paura solo a chi ha nostalgia di un passato che non può tornare e rimane attaccato a un presente che non può durare ancora a lungo. Compito della politica non è semplicemente amministrare l’esistente, soprattutto quando l’esistente manifesta i suoi gravi limiti, ma progettare un futuro possibile e possibilmente migliore.
Il secondo è di riconoscere gli organismi e le istituzioni scientifiche internazionali e fidarsi dei loro rapporti, anche quando dicono cose che nessuno di noi vorrebbe sentire. Non è ammissibile che chi ha responsabilità politica si scelga i propri esperti in base al gradimento di ciò che dicono. Chiudere gli occhi di fronte agli allarmi della comunità scientifica internazionale per paura del cambiamento, non può che portarci al peggiore dei mali: il realizzarsi della parte peggiore delle previsioni. E non c’è un solo minuto da perdere.
Si può discutere dei metodi e delle strategie, ma secondo i massimi esperti mondiali raccolti dalle Nazioni Unite, i cui studi vengono sintetizzati dall’IPCC, è necessario centrare l’obiettivo della riduzione delle emissioni di gas serra dell’80% entro il 2050, se non vogliamo abbandonare i nostri figli ed i nostri nipoti ad un futuro molto, ma molto difficile. E su questo dobbiamo tutti concordare per un senso di serietà e di responsabilità, perché si tratta di quanto di più affidabile oggi la scienza può dirci.
Abbiamo allora il diritto di sapere quale è la strategia del nostro Governo per evitare i danni peggiori dei cambiamenti climatici, sulle persone, sull’economia e sull’ambiente. Quale il percorso per giungere nel 2050 alla riduzione delle emissioni di gas serra, dell’80%, ritenuta dagli esperti necessaria? Quali gli scenari energetici presi in considerazione?
Le economie più avanzate d’Europa hanno fatto la loro scelta di investire sulle energie rinnovabili e sull’efficienza energetica, perché l’Italia non segue il loro esempio? Eppure il nostro paese, non avendo risorse fossili, né miniere d’uranio, ma avendo più sole e geotermia di qualsiasi altro paese europeo ne trarrebbe i maggiori benefici.
E’ vero che alcune cose degli accordi europei in discussione (20% di efficienza, 20% di rinnovabili -20% di emissioni di gas serra entro il 2020) possono e devono essere riviste, come la sorprendente modulazione dei limiti di emissioni delle automobili in base al peso delle vetture, o come l’opportunità di un coinvolgimento più ampio possibile degli altri settori produttivi su impegni che fino ad oggi sono gravati prevalentemente sulle imprese energetiche. Ma queste istanze non devono in alcun modo essere portate a pretesto per ritardare o ridurre gli impegni già definiti.
Mi auguro che sia questa l’intenzione del contenzioso aperto a Bruxelles dal nostro Governo, che tante polemiche ha scatenato in questi giorni, e che gli impegni per il 2020 diventino una grande opportunità per il rilancio della ricerca in campo energetico, in particolar modo su efficienza e fonti rinnovabili, che vede il nostro paese al 20° posto fra i paesi OCSE per gli investimenti pubblici e al 18° per gli investimenti privati. Confindustria, oltre a porre freni e veti e dire agli altri cosa fare, inizi ad assumersi le proprie responsabilità e ad investire in innovazione e ricerca come e quanto dovrebbero le imprese di un paese del G8.

_Andrea Masullo – Università di Camerino e responsabile scientifico energia WWF_