• Articolo , 30 maggio 2007
  • Una coppia… ben assortita

  • Umberto Veronesi è stato chiamato, dal quotidiano “La Repubblica” ad un faccia a faccia con il fisico, premio Nobel Rubbia, per discutere quale dovrà essere il futuro energetico del nostro paese. Una conversazione, caratterizzata dall’ingombrante ipotesi dello sviluppo dell’energia nucleare dove però ha brillato per la sua assenza il problema delle scorie radioattive

“Credo che sia il momento di mettere da parte le posizioni preconcette, le paure e le emozioni. Dobbiamo aprire gli occhi: E’ vero, la fonte ottimale di energia in termini di produzione, efficienza e sostenibilità per l’ambiente e per l’uomo, non l’abbiamo ancora trovata, ma oggi il nucleare va considerato concretamente e subito”.
Così esordisce il professor Veronesi nel faccia a faccia con il fisico Carlo Rubbia, organizzato dal quotidiano “La Repubblica” sul futuro del fabbisogno energetico dell’Italia.
Non sapevamo e ne rimaniamo stupiti, che lo stimatissimo oncologo fosse anche un esperto di sviluppo energetico, al punto di contrapporlo ad uno specialista come Rubbia che gli risponde “…il nucleare oggi contribuisce solo al 6 per cento al fabbisogno mondiale di energia. Il nucleare classico, compreso quello di quarta generazione, non può aspirare ad una diffusione su larga scala, soprattutto per i problemi legati alle scorie radioattive, di lunga vita”.
Il tutto nasce dalla considerazione che, secondo Veronesi, l’Italia non riuscirà a rispettare né i limiti del protocollo di Kyoto, né quelli imposti, ed accettati, dalla Comunità Europea. Con la conseguenza di dover pagare una penale che dovrebbe costare circa quaranta milioni di euro.
Facendo anche l’esempio di altre nazioni europee, e sostenendo che l’ottimismo dovrebbe prevalere, Veronesi si spinge in una difesa del nucleare su cui invece Rubbia frena facendo presente che occorre spendere più soldi da investire nella ricerca, per arrivare a trovare le soluzioni per far fronte al fabbisogno energetico con fonti pulite e rinnovabili. Veronesi continua a sostenere la sua incrollabile fiducia nella scienza ed invita a “…non entrare nell’ansia da inquinamento”, altrimenti non dovremmo usare telefonini, mangiare frutta trattata con pesticidi, convivere con l’ambiente domestico inquinato dalla formaldeide.
Rubbia controbatte che “ In questo momento l’anidride carbonica prodotta dall’incendio di Roma, bruciata da Nerone, continua a contribuire all’effetto serra e quella che immetteremo nell’aria quando accenderemo il motore delle nostre auto per andare via di qui, rimarrà nell’atmosfera per circa quattromila anni”.
Abbiamo qui riassunto, sintetizzando, questo incontro su un tema di scottante attualità, che però ci ha lasciato qualche perplessità. E non si tratta come abbiamo detto (ma vogliamo sottolinearlo) della sorpresa sulle competenze energetico-ambientali del professor Veronesi, ma anche della posizione, tutto sommato morbida, sulla ipotesi di ricorrere alle centrali nucleari (l’oncologo ne vedrebbe bene almeno dieci da costruire nei prossimi dieci anni), ma quanto al fatto che nessuno dei due abbia approfondito il problema delle scorie radioattive che anche il più sofisticato impianto nucleare sia pure dell’ultimissima generazione continuerebbe a produrre.
Non ci risulta che nessuno abbia scoperto ultimamente il modo di eliminare la radioattività delle scorie. Ancora non si sa bene dove vadano a finire: in fondo al mare, sottoterra, sparate nell’atmosfera? Siamo ancora alla fase, “per ora le mettiamo da parte, poi una soluzione si troverà”. E con queste premesse stupisce che uno scienziato come Veronesi, non si ponga questi elementari quesiti e soprattutto non consideri il loro aumento con l’auspicato proliferare di centrali nucleari.
E il rischio di catastrofi naturali? Terremoti, tsunami, dissesti idrogeologici… davvero ci sono tecnologie per le centrali nucleari capaci di resistere a queste forze della natura?
E il pericolo umano? In un momento di grandi tensioni tra Occidente e Islam, con la grande espansione di azioni terroristiche, siamo sicuri che nessun commando paramilitare possa attaccare le centrali o magari possa entrare in possesso di scorie radioattive per realizzare qualche attentato.
Più centrali, più obbiettivi, più scorie radioattive…le possibilità aumenterebbero.
Ci accorgiamo che, dopo molti anni, ci ritroviamo a utilizzare ancora vecchi argomenti per mettere in discussione lo sviluppo dell’energia tramite il nucleare.
Dopo decine d’anni il problema delle scorie che possono inquinare la terra, l’acqua e l’aria sono ancora attuali. Vorremmo che qualcuno ci smentisse e ci togliesse dalla testa la convinzione che, soprattutto oggi, non si può iniziare ad utilizzare una forma di energia senza aver trovato il modo di rendere inoffensivi i suoi residui.
Chi si preoccupò del “fumo” prodotto dalla prima rudimentale macchina a vapore inventata nel 1690 dal francese Denis Papin per il pompaggio dell’acqua?
Oggi quel “fumo” invece suscita apprensione in tutto il mondo. E a noi, per la verità, preoccupa anche quello dell’allora strampalato congegno di monsieur Papin.