• Articolo , 7 novembre 2008
  • Una necessaria riflessione

  • Un’analisi dei veri costi e dei veri benefici dell’adesione alle iniziative per rallentare i mutamenti climatici mostrerebbe che l’Italia ne trarrebbe non danni, ma ricchezza, in particolare nel Mezzogiorno

Francamente non sono riuscito a capire perché il governo italiano si sia dato tanto da fare, nell’ottobre 2008, per impedire l’approvazione delle iniziative europee per frenare l’aumento della concentrazione nell’atmosfera dei gas serra responsabili dei cambiamenti climatici. La proposta, nota anche come “pacchetto 20-20-20” prevede l’adozione di norme e azioni tecniche e merceologiche che consentano, da oggi al 2020, di diminuire le emissioni di anidride carbonica e di gas serra nell’atmosfera del 20 percento rispetto al 1990, di diminuire del 20 percento i consumi di energia e di aumentare al 20 percento del totale i consumi di energia prodotta da fonti rinnovabili (Sole, vento, biomasse, idrica). Alcuni paesi europei, con l’Italia in testa, hanno dichiarato che non intendono adeguarsi alle nuove norme perché i costi sarebbero troppo alti per la loro economia e per le loro imprese. Il cambiamento proposto certamente costa dei soldi perché richiede la modificazione dei cicli produttivi; la diminuzione dei consumi energetici per unità di merce o di servizio; la filtrazione, con costose tecnologie, dei gas dai camini o l’acquisto di “licenze di inquinare”; la razionalizzazione dei trasporti; tutto questo, secondo alcuni, renderebbe meno competitive le nostre merci nel mercato internazionale, costringerebbe molte imprese a chiudere e licenziare i dipendenti, farebbe diminuire i consumi interni e aumentare il prezzo delle merci e delle case, eccetera.
C’è stata una vasta discussione di quanti euro all’anno verrebbe a costare, per ciascun paese, tale transizione. Sono circolati numeri controversi; stime corrette richiederebbero di valutare quanti gas serra vengono emessi e quanta energia viene consumata, in ciascun processo di produzione e di consumo; quanti per ogni chilo di grano prodotto o di chilometro percorso da una automobile, o per ogni chilo di acciaio o di plastica o di cemento; poi bisognerebbe prevedere realisticamente quanto grano, quante automobili o frigoriferi, e di quale tipo, quanto acciaio o plastica sarà opportuno produrre da qui al 2020; poi quanto costerà, da qui al 2020, il petrolio, quella bizzarra merce il cui prezzo è stato capace di dimezzarsi in appena due mesi dal luglio all’ottobre 2008.
Conti corretti e previsioni ragionevoli possono mostrare che la transizione per attenuare i danni dei mutamenti climatici nei prossimi dodici anni rappresenta non un costo per il paese, ma una straordinaria occasione per l’ammodernamento e la razionalizzazione dell’economia, per rendere più competitivi i nostri prodotti nei mercati internazionali e in quello interno, adeguandoli agli standard ambientali di altri paesi, nostri concorrenti. La diminuzione dei consumi energetici e delle emissioni di gas serra è realizzabile con la progettazione e costruzione di nuove automobili, di nuovi frigoriferi, di nuove merci, di nuovi edifici, con il cambiamento di innumerevoli oggetti oggi incapaci di soddisfare le nuove domande di vincoli ambientali dei paesi industriali e di quelli emergenti, con aumento dell’occupazione.
Una sfida che contribuirebbe a riscoprire la centralità della “fabbrica”, l’importanza della ricerca nelle Università, nelle stesse imprese. Senza contare le prospettive di innovazione, di occupazione e di affari contenute in una adesione a quella parte del “pacchetto clima” che prevede di far dipendere l’Europa per il 20 % dalle fonti energetiche rinnovabili. Si pensi alle prospettive dell’energia solare anche nella progettazione di edifici a basso consumo energetico, in una nuova urbanistica, alle prospettive di utilizzazione delle risorse idriche nelle zone interne del paese, di valorizzazione delle risorse energetiche offerte dal vento e dalla biomassa vegetale. Senza contare, infine, il valore, in soldi, che si ha evitando frane e alluvioni, siccità, impoverimento della fertilità dei suoli, diminuzione delle rese agricole per la mancanza di acqua, tutte inevitabili conseguenze degli inarrestabili mutamenti climatici; che si ha diminuendo l’inquinamento dovuto all’uso dei combustibili fossili che, oltre all’anidride carbonica, immettono nell’atmosfera sostanze dannose per la salute. Una realistica analisi dei veri costi e dei veri benefici dell’adesione alle iniziative per rallentare i mutamenti climatici mostrerebbe che l’Italia ne trarrebbe non danni, ma ricchezza, in particolare nel Mezzogiorno, ricco di Sole e di lavoro.

h4{color:#FFFFFF;}. Giorgio Nebbia