• Articolo , 31 marzo 2009
  • USA: attesa a Washington la proposta su energia e clima

  • L’ambizione americana fa il suo ingresso nei negoziati internazionali sugli accordi climatici per il dopo 2012 e la scena mondiale trattiene il sospiro

La proposta di legge in materia di energia e il cambiamento climatico che a quanto riferisce Edward Markey, presidente della commissione sul clima sarà presentata oggi dal Congresso statunitense, è riuscita a catalizzare l’attenzione della comunità mondiale. Sulla nuova normativa infatti andranno a modellarsi i negoziati che dovrebbero assicurare un nuovo accordo post-Kyoto. Ad annunciare il contenuto della proposta era stato, la scorsa domenica Todd Stern, capo dei negoziatori Usa al summit climatico di Bonn. Parlando per la prima volta entro le mura delle trattative sul futuro climatico, l’inviato speciale di Obama ha spiegato che la legge, comprendente anche l’istituzione di un mercato nazionale del carbonio, rappresenta l’elemento centrale del programma del neo-presidente e che servirà in larga misura a determinare il livello degli obiettivi a medio e lungo termine che gli Usa adotteranno per ridurre le loro emissioni di gas ad effetto serra. “Si tratta di un programma molto ambizioso e richiederà un grande sforzo e trattative difficili. Ma alla fine ci sarà una legge con un numero”. Finora Obama ha parlato di una riduzione delle emissioni climalteranti di circa il 16-17% entro il 2020, e oltre l’80% nel 2050, all’interno ovviamente del nuovo accordo sul clima che dovrebbe essere firmato a Copenhagen in dicembre. Una volontà di collaborazione ribadita anche nelle parole di Stern: “Gli Stati Uniti saranno un partner, noi abbiamo bisogno di essere un partner per i Paesi sviluppati e per quelli in via di sviluppo. Ma dobbiamo farlo assieme, noi non abbiamo la bacchetta magica”. L’augurio dell’inviato speciale americano è che la legge sia approvata entro la fine dell’anno, ma non la cautela è d’obbligo: lo stesso Stern infatti nel 1997 negoziò il protocollo di Kyoto per Bill Clinton, che poi il Senato si rifiutò di ratificare.