• Articolo , 27 settembre 2010
  • Utilizzo idroelettrico delle acque della Valle Orco

  • Nel 2011, nell’ambito delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia la Casa GranParadiso di Ceresole Reale potrebbe ospitare un’assemblea dell’Unione Province Italiane dedicata al tema della gestione della risorsa-acqua, soprattutto nelle zone montane. La proposta è stata avanzata stamani dal Presidente Antonio Saitta nel corso del convegno “Provincia di Torino: idroelettrico e uso plurimo […]

Nel 2011, nell’ambito delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia la Casa GranParadiso di Ceresole Reale potrebbe ospitare un’assemblea dell’Unione Province Italiane dedicata al tema della gestione della risorsa-acqua, soprattutto nelle zone montane. La proposta è stata avanzata stamani dal Presidente Antonio Saitta nel corso del convegno “Provincia di Torino: idroelettrico e uso plurimo delle acque. Il progetto della Valle Orco” che si è tenuto a Casa GranParadiso, per iniziativa della Consulta permanente dei consiglieri ed amministratori, organismo che riunisce coloro che hanno ricoperto in passato la carica di menbri del Consiglio o della Giunta Provinciale.

Levio Bottazzi, già Consigliere Provinciale e membro della Consulta permanente, ha tenuto una relazione che ha ripercorso la storia dei progetti e delle iniziative per l’utilizzazione a fini idroelettrici e terapeutici delle risorse idriche della Valle Orco. “Il metodo seguito dagli amministratori provinciali di un secolo fa, è ancora di estrema attualità, – ha affermato Bottazzi – perché l’approccio al tema non si limitava all’utilizzo idroelettrico dell’acqua, ma ne affrontava le ricadute ambientali ed idrogeologiche. Oggi che siamo vicini al rinnovo delle concessioni idroelettriche può essere utile seguire l’esempio di quegli amministratori lungimiranti e, già allora, attenti alla conservazione del territorio”.

“Dal convegno odierno, – ha sottolineato il Presidente Saitta – è emersa la tradizione di attenzione della Provincia al problema della gestione delle acque, in particolare al rapporto tra energia, acqua e montagna: un’attenzione che, un secolo fa, ha consentito di realizzare grandi impianti idroelettrici senza depauperare del tutto la montagna e garantendo un certo sviluppo sociale ed economico alle vallate alpine. E’ una tradizione da recuperare, soprattutto oggi che le Province stanno per acquisire nuove competenze in materia”.

Sergio Bisacca, Presidente del Consiglio Provinciale, ha affermato che “ricostrunendo i dibattiti e i diversi approcci che in passato gli amministratori pubblici ed il mondo imprenditoriale ebbero su questo tema, la politica può compere scelte importanti di area vasta”.

Marco Canavoso, Presidente della Consulta permanente, ha a sua volta ricordato l’impegno della Consulta stessa nel “valorizzare il patrimonio storico e culturale della Provincia. Quello che abbiamo ripercorso oggi è un precedente importante, che può aiutare gli amministratori attuali, al di là delle appartenenze politiche, a compiere scelte utili a garantirte il miglior futuro alla nostra comunità”.

USO DELLE ACQUE: IL RUOLO DA PRECURSORE DELLA PROVINCIA DI TORINO

Con una deliberazione del 4 gennaio 1898 la Deputazione Provinciale sottolineò la necessità di “contemperare gli interessi locali coll’interesse generale” in occasione dell’esame delle concessioni idroelettriche e riaffrontò il problema con un’altra deliberazione l’11 ottobre 1900, definendo anche le modalità secondo le quali occorreva operare nella stesura dell’istruttoria sulle singole domande trasmesse alla Prefettura. Introdusse, forse per la prima volta in Italia, la possibilità che sui singoli progetti presentati dai privati si potesse “contrapporre un altro progetto e un’altra domanda di concessione alla Provincia per prevalente motivo di interesse pubblico, proponendo – a seconda dei casi – di utilizzare la derivazione per uso irrigatorio, per dotazione di acqua potabile, per trazione elettrica di ferrovia, o di tramvia, etc.” Emergeva in modo netto la volontà di esaminare ogni domanda di concessione per utilizzi idroelettrici all’interno di un più ampio concetto di “usi plurimi” della risorsa idrica ritenendo inoltre che dovesse essere l’Amministrazione pubblica a elaborare un organico progetto coerente con questo principio. Ma in quale contesto legislativo in campo forestale si trovava a operare la Provincia? All’epoca della deliberazione del 1898 solo da pochi anni “l’amministrazione della Provincia (era) essenzialmente autonoma dopo la legge 30 dicembre 1888, che ne tolse la direzione al Prefetto”. Il Prefetto, oltre al controllo ed eventuali annullamenti degli atti della Provincia, apriva e chiudeva tutte le sessioni del Consiglio “in nome del Re” potendo anche intervenire senza diritto di voto e conservando la “facoltà di sospendere la sessione per 15 giorni” (art. 10 TU 4 maggio 1898). Per curiosità l’art. 269 prevedeva pure la possibilità di partecipazione al Consiglio del Ministro dell’Interno. Negli anni precedenti, la legislazione assegnava compiti e responsabilità alle Province in campo forestale e di assetto del territorio. La legge forestale n. 3917 del 20 giugno 1877 consentiva ai Comuni e Province di imporre vincoli forestali su aree montane e alle Province di promuovere rimboschimenti per “garantire la consistenza del suolo e regolare il corso delle acque” e di istituire appositi comitati per affrontare questi problemi. Il successivo regolamento attuativo del 10 febbraio 1878 prevedeva la elaborazione di appositi “piano descrittivi” degli interventi proposti. I primi effetti applicativi di questa legge avvennero nel pieno della crisi agraria degli anni 1884-85 che colpì anche le regioni settentrionali con movimenti contadini repressi dal Governo (“la boje” del Mantovano) e con la creazione in Piemonte di una nuova “Lega Agraria” su iniziativa dei deputati Tegas e Lucca. Contemporaneamente terminò i suoi lavori la commissione parlamentare Jacini sulla “Inchiesta Agraria” che, ovviamente, aprì nel paese un ampio dibattito sulle condizioni dell’agricoltura italiana che aveva subito un drastico impoverimento proprio dopo l’avvio del processo di unità nazionale. L’inchiesta Jacini aveva posto nel proprio questionario molte domande riguardanti l’irrigazione esistente e potenziale e sullo stato dei boschi. Ovviamente, molte Province avviarono progetti per la riforestazione e sistemazione idraulico-forestale dei bacini montani, ma nessuno tentava di coordinarli con progetti di irrigazione o di utilizzo idroelettrico. D’altra parte fino alla legge forestale del 1910 “sul piano nazionale difese idrauliche, bonifiche, irrigazioni, rimboschimenti” queste rimanevano attività disgiunte e regolate da leggi distinte. Il concetto di “usi plurimi” delle acque comprendente anche l’utilizzo idroelettrico venne introdotto solo con il Regio Decreto Legislativo n. 3267 del 30 dicembre 1922 sui boschi e terreni montani che, all’art. 41, prevedeva che “nei progetti di sistemazione dei bacini montani potranno essere considerati gli eventuali lavori occorrenti per raccogliere le acque del bacino e utilizzarle a scopo di irrigazione o forza motrice”. Nel dibattito politico di inizio secolo il problema di utilizzo plurimo della risorsa idrica era già emerso, grazie a Francesco Saverio Nitti, ma ritenuto valido solo per il Sud del Paese. Nel 1901 il parlamentare liberale avanzò le sue prime proposte sul come attuare le prospettive di sviluppo economico del paese mediante la sostituzione del vapore con l’elettricità, definendole ulteriormente nel famoso scritto “La conquista della forza” del 1905. Conquista da attuarsi tramite la nazionalizzazione delle risorse idroelettriche da ottenersi in alternativa: o con l’intervento diretto dello Stato o tramite la concessione a privati di breve durata (25-30 anni) alla scadenza delle quali “lo Stato sarebbe diventato proprietario delle centrali trasformandosi in produttore e distributore unico di energia elettrica”. Si aprì a questo punto in Italia un ampio dibattito su questa proposta, che probabilmente influenzò anche l’Amministrazione Provinciale di Torino. Luigi Einaudi, in un articolo su “La Tribuna” del 5 ottobre 1905 dallo titolo “La conquista della forza” concordava con alcune proposte dello statista lucano e in particolare definiva “ottima” l’ipotesi di ridurre al minimo la durata delle concessioni idroelettriche (30 anni) e nel contempo anche i canoni di concessione per favorire immediatamente la costruzione da parte dei privati di nuovi impianti che però, alla scadenza del trentennio, sarebbero passati gratuitamente allo Stato. Dibattito che investì anche il partito socialista con l’ing. Omodeo, vicino a Turati, che, pur condividendo con Nitti il ruolo che doveva assumere l’industria elettrica, dissentiva sui compiti da assegnare allo Stato che doveva limitarsi al sostegno esterno dell’iniziativa privata e a piani riguardanti la sistemazione dei bacini imbriferi (rimboschimento, riassetto idrogeologico). Le diverse posizioni di Omodeo e Nitti sul ruolo dello stato vennero superate quando quest’ultimo venne nominato Ministro nel 1911 e confluirono in un comune “progetto elettroirriguo” per il Mezzogiorno. Era prevalsa la posizione di Omodeo su una alleanza tra industriali elettrici e politici “radicali” in grado di attuare una modernizzazione del Sud del Paese eliminando residui feudali e rendite parassitarie presenti in quei territori. Questo dibattito nazionale tendeva però sempre più a limitare alle aree meridionali la necessità di intervenire con bacini per usi plurimi. Si riteneva che esistessero dal punto di vista agro-forestale ed energetico, due Italie idrauliche ben distinte. Oggettivamente la situazione agricolo forestale del Sud era ben più drammatica di quella settentrionale: un’indagine del 1905 rilevava che su 15,66 milioni di ettari coltivati in Italia la superficie irrigua era di soli 1,46 milioni di cui ben 1,2 nella Pianura Padana! Si continuava a ritenere che questi concetti di usi plurimi della risorsa idrica e di ruolo delle dighe non potessero trovare positiva applicazione al Nord del paese.

La Provincia di Torino decise, con notevole anticipo e contro l’opinione allora prevalente, che i concetti di uso plurimo potevano e dovevano invece essere applicati anche alle nostre vallate alpine tramite appositi interventi delle Amministrazioni pubbliche. Infatti la sola presenza di ghiacciai non poteva sopperire al ruolo di regolazione del deflusso e di laminazione delle piene svolto dai bacini artificiali. Comunque, sul permanere di un concetto esasperato di due Italie idrauliche può aver influito l’opposizione degli industriali elettrici privati che, in accordo con il piano elettroirriguo di Nitti-Omodeo che prevedeva il loro intervento per la realizzazione degli impianti nel Mezzogiorno con finanziamenti statali, erano fermamente contrari ad analoghi interventi al Nord del paese ormai già in pieno sviluppo industriale. Opposizione che si manifestò in modo violento a Torino già all’inizio del ‘900 contro l’impianto di Chiomonte della AEM e successivamente contro quello della Valle Orco quando la Provincia non ne affidò la realizzazione alla privata Elettricità Alta Italia (EAI). La posizione di allora della Provincia di Torino è ancor più valida oggi se si pensa che i ruoli dei ghiacciai alpini che motivavano le due Italie idrauliche è destinato a ridursi sempre più nel tempo a causa delle mutazioni climatiche in atto.