• Articolo , 12 dicembre 2008
  • Vertice UE: pacchetto clima stretto fra disaccordi e proposte

  • Chiusa la discussione sul Trattato di Lisbona, i leader europei hanno dato il via al confronto sul pacchetto clima-energia che già dalle prime battute si preannunciava particolarmente difficile

La prima giornata di Consiglio Europeo non si è dimostrata esente dalle preannunciate complicazioni. Conformemente a quanto stabilito lo scorso ottobre i capi di Stato e di governo dei 27 Stati membri e il presidente della Commissione europea (e con l’assistenza dei ministri degli Affari esteri e da un membro della Commissione) hanno dato via ieri alla sessione di due giorni a Bruxelles, dalla quale si attendono le soluzioni più appropriate in merito al pacchetto energia/clima. L’obiettivo è di giungere a un accordo globale entro la fine dell’anno, in stretta collaborazione con il Parlamento europeo, ma le parti in causa sembrano ancora esser lontane da un accordo condiviso, nonostante le ultime proposte che la presidenza di turno francese dell’Ue ha messo sul tavolo per la ‘direttiva clima’.
Il nuovo testo fa concessioni al blocco dei paesi dell’Europa dell’Est ed accoglie alcune richieste di modifica presentate dall’Italia tra cui l’incarico per la Commissione UE di presentare al più tardi entro il 31 marzo del 2011 una verifica sull’impatto dei diritti di emissione di C02 gratuiti per i settori e i sotto settori a rischio di carbon leakage (fuga di carbone) per compararlo con lo scenario del regime a pieno pagamento entro nel 2020. Nella bozza si prevede inoltre che:

• La Commissione UE proponga a giugno 2010 opportuno la concessione gratuita di ulteriori diritti di emissione ai settori a rischio di delocalizzazione sulla base di uno studio d’impatto.

• I settori specifici che potranno godere delle deroghe al pagamento dei titoli saranno resi noti subito dopo la Conferenza di Copenaghen e l’elenco dovrà essere aggiornato ogni cinque anni.

• Per raggiungere gli obiettivi di riduzione di emissioni di C02 nei settori non industriali (agricoltura, trasporti, turismo, servizi) alcuni Stati Membri (Italia, Austria, Finlandia, Danimarca, Spagna, Lussemburgo, Portogallo, Irlanda, Slovenia, Cipro e Svezia) avranno a disposizione più crediti maturati con progetti ‘verdi’ realizzati all’estero, dal 3% previsto inizialmente al 4% del totale delle emissioni prodotte nel 2005, nell’ambito del meccanismo sullo sviluppo pulito (Cdm).

Primo banco di scontro la proposta dell’Esecutivo UE di destinare il 10% dei proventi dalla vendita all’asta di diritti ad inquinare ai Paesi più poveri (sulla base del Pil) dell’Unione e che aveva visto fin dall’inizio l’obiezione della Germania e della Gran Bretagna. Forti dubbi maturati anche dalla Polonia preoccupata che la Borsa europea delle emissioni di CO2 possa rivelarsi un sistema troppo flessibile e imprevedibile e che attraverso il suo il sottosegretario agli Affari europei Mikolaj Dowgielewicz fa sapere che le ultime proposte avanzate dalla presidenza francese sono “un progresso ma non è sufficiente per arrivare ad un compromesso”. Per rispondere alla questione Varsavia e Berlino hanno deciso di fare fronte comune presentando l’idea di Fondo di solidarietà energetico del valore di 40-50 miliardi di euro, che entrerebbe nelle voci del Bilancio 2014-2020 e che servirebbe al finanziamento di investimenti mirati al risparmio e alla sicurezza energetica.
Anche l’Italia a cui in ambito di riduzione delle emissioni di CO2 è stato assegnato uno sforzo pari al meno 13% per i settori non industriali entro il 2020, continua a battere i piedi insistendo su parametri più ampi che consentono di escludere, del tutto o in parte, certe industrie dal pagamento dei titoli e sulla riverifica delle misure decise a livello europeo anche alla luce dell’impegno o meno degli altri grandi attori internazionali.