La moratoria sul deep sea mining piace ai big dell’auto e dell’hi-tech

BMW, Volvo, Google, Samsung appoggiano la campagna del WWF per mettere un freno allo sfruttamento delle risorse minerarie del fondale marino

Deep sea mining: anche i big dell’auto e dell’IT a favore di una moratoria
Foto di Brittney King da Pixabay

Il deep sea mining è una pratica molto controversa di cui si ignora l’impatto ambientale

(Rinnovabili.it) – Il primo passo l’ha fatto la BMW. Seguita da altri colossi industriali con un ruolo di primissimo piano nella transizione ecologica: Volvo, Google, Samsung. Tutti a favore di una moratoria sul deep sea mining, l’estrazione di metalli dai fondali marini. Pratica più che controversa per i possibili danni agli ecosistemi oceanici, su cui esistono pochissimi studi.

Le 4 compagnie hanno fatto propria una campagna portata avanti da tempo dal WWF. “Accogliamo con favore questo importante passo e chiediamo ad altre aziende che hanno a cuore l’oceano di unirsi a questi leader sottoscrivendo la dichiarazione. È un messaggio chiaro per coloro che sono influenzati dalla falsa promessa che l’estrazione dei fondali marini è una proposta di investimento “verde” e attraente. Non è così”, ha commentato John Tanzer di WWF International.   

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I depositi sottomarini contengono diversi metalli preziosi per la supply chain delle auto elettriche e di prodotti tecnologici come cellulari e computer. Soprattutto litio, cobalto e terre rare, motori della transizione energetica.  Le risorse recuperabili si trovano principalmente sotto 3 forme: i noduli polimetallici, i solfuri polimetallici cioè grumi di oro, zinco, piombo, rame e terre rare, e infine le croste di cobalto.

Chi spinge per il deep sea mining fa leva sugli ‘effetti collaterali’ dell’estrazione di queste risorse dai giacimenti convenzionali sulla terraferma. In alcuni casi, come quello del cobalto, si tratta di minerali dei conflitti spesso legati a sfruttamento, lavoro minorile e gravi violazioni dei diritti umani su cui non è sempre semplice vigilare attentamente. In altri casi l’estrazione comporta deforestazione, conflitti con popoli indigeni, inquinamento atmosferico e dell’acqua.

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Anche il deep sea mining potrebbe provocare danni ingenti. Il punto è che l’assenza di studi sistematici non permette di identificare con precisione l’impatto. Che potrebbe intaccare una grossa fetta della food chain su cui si basano miliardi di esseri umani per la loro dieta quotidiana. Le preoccupazioni maggiori, sotto il profilo della sostenibilità di questa pratica, riguardano l’inquinamento acustico, luminoso, le vibrazioni e l’innalzamento di nubi di sedimenti causate dalle operazioni di raschiamento dei fondali. Alcuni studi ventilano la possibilità che tutto ciò possa mettere a repentaglio la tenuta degli ecosistemi e danneggiare fortemente la fauna marina.

I pochi studi condotti sono stati fatti da aziende interessate allo sfruttamento delle risorse sui fondali e non sono mai stati resi pubblici. A livello giuridico, poi, manca una regolamentazione internazionale solida anche se esiste un ente che se ne dovrebbe occupare, l’International seabed authority nata nel 1994.

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