Asfalto selvaggio, così le strade ci rubano luoghi incontaminati

Uno studio australiano spiega dove è possibile costruire nuove strade e dove sarebbe meglio evitare a livello globale

Asfalto selvaggio, così le strade ci rubano luoghi incontaminati

 

(Rinnovabili.it) – E’ allarme asfalto selvaggio. A lanciarlo è il professore William Laurance della James Cook University in Australia, autore di uno studio che rivela come il Pianeta stia perdendo velocemente anche gli ultimi luoghi selvaggi a causa dell’avanzata delle infrastrutture stradali. I trend per il futuro spaventano: si prevede che entro il 2050 saranno costruiti oltre 25 milioni di chilometri di nuove strade in tutto il mondo. Molte di queste saranno realizzate proprio in luoghi ancora incontaminati dove porteranno inevitabilmente un pericolo flusso umano fatti di disboscatori, cacciatori e minatori illegali.

 

Laurance e colleghi hanno redatto una sorta di ‘tabella di marcia globale’ sulle priorità in tema di nuove infrastrutture stradali, cercando di bilanciare la necessità di sviluppo con la tutela dell’ambiente. “Le strade possono spesso aprire un vaso di Pandora di problemi ambientali”, ha commentato Laurance. “Tuttavia ne abbiamo anche bisogno per la nostra società ed economia: quindi la sfida è decidere dove realizzarle ed evitarle”. Lo studio – frutto di quasi due anni per di lavoro – ha identificato aree prioritarie per la conservazione della natura e aree in cui, invece le nuove strade darebbero i benefici attesi. 

 

Dove è meglio allora usare l’asfalto? “Ci siamo concentrati sull’agricoltura perché la domanda alimentare mondiale dovrebbe raddoppiare entro la metà del secolo” e strade nuove e più efficienti “sono di vitale importanza per gli agricoltori”, ha spiegato Gopalasamy Reuben Clements, perché “possono acquistare fertilizzanti per aumentare le produzioni e portare le colture ai mercati con molti meno costi e sprechi”. E per alcune regioni il lavoro può essere ulteriormente migliorato aggiungendo informazioni locali dettagliate. Gli autori sono convinti che “la pianificazione proattiva e strategica per ridurre i danni ambientali” debba essere al centro di qualsiasi discussione sull’ampliamento stradale.

 

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