Rapporto IPBES, il 70% dei poveri del mondo dipende direttamente dalle specie selvatiche

Quest’anno l’IPBES, l’ente spesso definito come un IPCC della biodiversità, accende i riflettori sulla gestione sostenibile delle specie selvatiche. Un tema che è una spada di Damocle per 4 miliardi di persone

Rapporto IPBES: metà dell’umanità dipende dalle specie selvatiche per sopravvivere
Foto di Flensshot da Pixabay

Il rapporto IPBES mette al centro l’importanza della conoscenza dei popoli indigeni

(Rinnovabili.it) – Metà della popolazione mondiale dipende, per la sua sopravvivenza, da animali e piante selvatiche, funghi o alghe. Ma lo sfruttamento eccessivo di queste risorse – la prassi, al giorno d’oggi, per molte delle oltre 50.000 specie selvatiche usate dall’uomo come cibo, fonte di energia, medicine, materiali per costruire – è una spada di Damocle per quasi 4 miliardi di persone. Che si affianca all’impatto negativo del cambiamento climatico sulla biodiversità. È con questi dati che il l’ultimo rapporto IPBES inquadra il problema della gestione sostenibile delle specie selvatiche.

Cosa dice il rapporto IPBES sulle specie selvatiche

Il rapporto IPBES è, per la biodiversità, l’equivalente dei rapporti dell’IPCC sul cambiamento climatico. Quest’anno, l’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) affronta il tema di come gestire in modo sostenibile alcune risorse naturali chiave per il benessere e, in molti casi, la sopravvivenza di buona parte dell’umanità.

E lo fa, proprio come nel caso dell’IPCC, chiedendo a 85 tra i massimi esperti mondiali di distillare lo stato dell’arte del sapere scientifico sull’argomento, insieme a 200 altri autori che hanno fornito contributi, basandosi sull’analisi di oltre 6.200 fonti scientifiche. Altro parallelismo con i rapporti sul clima dell’IPCC: il sommario per i politici è frutto di una negoziazione con 139 stati, che si è chiusa la settimana scorsa a Bonn, in Germania.

Il 70% dei poveri del mondo dipende direttamente dalle specie selvatiche. Una persona su cinque si affida a piante, alghe e funghi selvatici per il proprio cibo e per il proprio reddito; 2,4 miliardi di persone si affidano alla legna da ardere per cucinare e circa il 90% dei 120 milioni di persone che lavorano nella pesca di cattura sono sostenuti dalla pesca su piccola scala”, sintetizza Marla Emery, una dei 3 supervisori del rapporto IPBES di quest’anno. “Ma l’uso regolare di specie selvatiche è estremamente importante non solo nel Sud globale. Dal pesce che mangiamo, alle medicine, ai cosmetici, alle decorazioni e alle attività ricreative, l’uso delle specie selvatiche è molto più diffuso di quanto la maggior parte delle persone si renda conto”.

Il sapere dei popoli indigeni

Tuttavia, buona parte di queste specie è a rischio. La sopravvivenza di circa il 12% delle specie arboree selvatiche è minacciata dal disboscamento non sostenibile, ad esempio. Molte piante – soprattutto cactus, cicadee e orchidee – sono minacciate dalla raccolta non sostenibile. Mentre la caccia non sostenibile è stata identificata dal rapporto IPBES come una minaccia per 1.341 specie di mammiferi selvatici.

Dall’analisi del problema alle soluzioni. Nel caso del rapporto IPBES non c’è un equivalente della “soglia di 1,5°C” come per l’IPCC. Ma ci sono consigli specifici per ciascun’area di sfruttamento delle specie selvatiche. Con un tema trasversale: l’importanza di inglobare, nelle politiche di gestione, la conoscenza dei popoli indigeni.

“La gestione della biodiversità da parte delle popolazioni indigene è spesso legata alle conoscenze, alle pratiche e alla spiritualità locali”, continua Emery. “L’uso sostenibile delle specie selvatiche è fondamentale per l’identità e l’esistenza di molti popoli indigeni e comunità locali. Queste pratiche e culture sono diverse, ma ci sono valori comuni, tra cui l’obbligo di impegnarsi nella natura con rispetto, di ricambiare ciò che si prende, di evitare gli sprechi, di gestire i raccolti e di garantire una distribuzione giusta ed equa dei benefici delle specie selvatiche per il benessere della comunità”.

I dati scientifici confermano che i modelli indigeni di gestione delle risorse selvatiche funzionano meglio – dal punto di vista dell’equilibrio uomo-ambiente – rispetto a qualsiasi altro modello. “A livello globale, la deforestazione è generalmente più bassa nei territori indigeni, in particolare laddove esiste la sicurezza del possesso della terra, la continuità delle conoscenze e delle lingue e mezzi di sussistenza alternativi”, prosegue Emery. Ma è solo un esempio tra i molti che si potrebbero fare.

Quindi, la soluzione passa dal “riunire scienziati e popolazioni indigene per imparare gli uni dagli altri”, una mossa che “rafforzerà l’uso sostenibile delle specie selvatiche” aggiungendo il tema della cultura a fianco di quello economico: “Questo è particolarmente importante perché la maggior parte dei quadri nazionali e degli accordi internazionali continuano a porre l’accento su considerazioni ecologiche e sociali, comprese le questioni economiche e di governance, mentre i contesti culturali ricevono poca attenzione”, conclude la scienziata.

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