COP26: cresce il conflitto fra passato e futuro, con qualche spiraglio di speranza

In generale emerge il quadro di una politica che non riesce ancora a riconoscere che il modello di sviluppo attuale, dopo aver espresso per circa tre secoli tutte le sue potenzialità, conosce un inevitabile declino, marcato dalla scarsità di alcune materie prime strategiche e dalle conseguenze che produce sulla biosfera

cop26
Credits: UNclimatechange (CC BY-NC-SA 2.0)

di Andrea Masullo

(Rinnovabili.it) – A ventisei anni dalla prima COP svoltasi a Berlino nel 1995, l’IPCC nel suo ultimo rapporto ci dice che la situazione si è ulteriormente aggravata. Le concentrazioni atmosferiche di CO2 hanno ormai stabilmente superato le 400ppm, valore che ha il precedente più prossimo risalente a due milioni di anni fa, quando la specie umana non esisteva ancora, e alcuni primati antropomorfi, per sopravvivere, cominciavano a scendere dagli alberi di una fitta foresta trasformatasi in savana, nella Rift Valley. La lentezza di quel cambiamento consentì la sopravvivenza di quei primati dai quali un milione di anni dopo derivò il genere umano.

I cambiamenti climatici periodici originati da fattori astronomici, si svolgono infatti in tempi che vanno dalle decine di migliaia di anni ad oltre 100.000, e costituiscono un agente non distruttivo ma evolutivo per la biosfera. I cambiamenti climatici rapidi e improvvisi, che il nostro pianeta ha vissuto nel passato, hanno sempre avuto conseguenze catastrofiche, come quelle causate dalla caduta di un enorme asteroide nello Yucatan, circa 66 milioni di anni fa, che portò all’estinzione dei 3/4 delle specie esistenti. Anche il genere umano ha rischiato nella sua storia l’estinzione a causa di improvvisi cambiamenti del clima; l’ultima volta è stata fra i 70.000 e i 75.000 anni fa, quando anche la nostra specie, l’Homo Sapiens, fu ridotta a poche migliaia di esemplari dall’esplosione del super-vulcano Toba, in Indonesia, che ebbe conseguenze immediate sul clima dell’intero pianeta. La cosa più allarmante è proprio la velocità crescente con la quale sta procedendo l’attuale riscaldamento globale.

Nonostante ciò, molti capi di governo ritengono di poter dettare tempi e impegni diversi da quelli che la scienza ha già indicato: azzerare le emissioni di gas serra entro il 2050. Sembra prevalere la strategia del “girare intorno al problema” denunciata dal Segretario Generale del ONU Antonio Guterres nel suo discorso inaugurale. Già Russia, Cina ed India hanno comunicato di voler spostare la data di azzeramento al 2060 e al 2070, la Cina fa un passo indietro nella rinuncia al carbone, fronte sul quale anche la Germania sembra voler prendere tempo; Francia e Giappone cercano di inserire il nucleare (l’intera filiera è tutt’altro che a zero emissioni) fra le soluzioni, per la necessità di fronteggiare gli enormi costi dello smantellamento delle numerose centrali prossime al fine vita, in un settore sostenuto da capitali pubblici e da anni in stallo. Fra i programmi dell’Italia spiccano il massiccio ricorso al metano e gli incentivi alle auto-elettriche, che fino a quando l’energia elettrica non verrà prodotta da fonti rinnovabili produrranno nell’intero ciclo più emissioni climalteranti delle auto a combustibili fossili.

Questi intenti contraddittori confermano che le intenzioni generali sono più volte alla difesa del modello economico ed energetico esistente che alla stabilizzazione del clima. In particolare, l’allungamento dei tempi di azzeramento delle emissioni rischiano di segnare irreparabilmente la differenza fra un possibile contenimento dell’aumento delle temperature medie ad 1,5°C (o poco più), che non eviterebbe tragiche conseguenze per almeno un miliardo di persone, ed un aumento di oltre 2°C che potrebbe comportare tragiche conseguenze per oltre due miliardi di persone. 

Un segnale molto positivo potrebbe essere il dichiarato impegno contro la deforestazione e per un ampliamento importante della superficie forestale mondiale se non evocasse qualche dubbio legato all’introduzione nell’accordo di Parigi del concetto di “neutralità carbonica” al posto dell’azzeramento delle emissioni. Le foreste sono certamente una efficiente “macchina biologica” per la sottrazione dall’atmosfera della anidride carbonica già emessa; il rischio del considerarla in un’ottica di compensazione nel concetto di neutralità, potrebbe diventare l’ennesimo tentativo di ridurre l’impegno sulla riduzione diretta delle emissioni. Sono necessarie entrambe le cose, se vogliamo sperare di fermare il riscaldamento globale sotto 1,5°C: azzerare le emissioni, e sottrarre la CO2 già emessa dall’atmosfera. Aspettiamo che vengano definiti in tal senso meccanismi finanziari, controlli chiari, e supporto tecnico e logistico per invertire il trend impressionante di distruzione delle grandi foreste del pianeta, che hanno visto spesso i Governi a volte conniventi con i piromani, spesso reagire con sospetta lentezza nello spegnere sul nascere il fuoco, per poi lamentare la mancanza di mezzi quando l’incendio diviene fuori controllo. Per passare dalle parole ai fatti è necessario istituire una task-force internazionale di pronto intervento, sotto l’egida delle Nazioni Unite.

In generale emerge il quadro di una politica che non riesce ancora a riconoscere che il modello di sviluppo attuale, dopo aver espresso per circa tre secoli tutte le sue potenzialità, conosce un inevitabile declino, marcato dalla scarsità di alcune materie prime strategiche e dalle conseguenze che produce sulla biosfera: cambiamenti climatici, rapido declino della biodiversità, diffusione di sostanze chimiche tossiche e nocive, dispersione di isotopi radioattivi. Siamo ad un punto di svolta tipico dei molti cambi di paradigma che hanno costituito le pietre miliari dei 10.000 anni di cammino della nostra civiltà. 

Rifiutare di riconoscere questa verità, cercando di far sopravvivere un passato che già non esiste più, significa rifiutare il progresso e scegliere di accompagnare un declino che somiglia sempre più ad un precipitare nel disastro. Accettare questa realtà significa smettere di inseguire l’impossibile progetto di effettuare solo un progressivo cambiamento di fonti energetiche, inserendo quelle nuove in un modello costruito per funzionare solo con le vecchie, come toppe su un abito lacero. Bisogna ridefinire gli obiettivi stessi dello sviluppo, che non può più essere orientato ad una continua crescita di consumi generalizzata ed indifferenziata, per una umanità lanciata ormai verso i dieci miliardi di persone che aspirano al modello dei primi della classe. Tornare con realismo con i piedi sulla Terra, significa capovolgere la logica che ha portato a 26 anni sprecati in incontri che hanno visto aggravare il problema e ridurre il tempo utile per risolverlo. La domanda giusta non è con quali fonti possiamo alimentare l’attuale modello, ma quale modello dobbiamo costruire perché possa continuare a produrre progresso e benessere utilizzando solo energie e materiali che non minaccino la vita della biosfera di cui spesso dimentichiamo di far parte. 

Il sole invia ogni anno sulla Terra 4,3 x 1011 Mtep/anno di energia, corrispondenti a circa 40 milioni di volte i consumi energetici mondiali (circa 14.000 Mtep/anno) e circa 100.000 volte l’energia contenuta in tutti i giacimenti di fonti fossili oggi conosciuti e che possono essere usati una sola volta. Sul nostro pianeta non può esserci scarsità di energia per l’umanità, ma c’è solo scarsità di responsabilità, volontà e coraggio politico. Molto positiva in tal senso è la One Sun Declaration, che promuove la realizzazione di una rete energetica mondiale interconnessa, che consentirebbe un utilizzo massiccio delle fonti rinnovabili ovunque prodotte, attraverso l’interconnessione delle reti nazionali. Ciò consentirebbe di agevolare non solo i grandi impianti, ma anche le piccole comunità di auto-produttori. Al momento non risulta la firma dell’Italia, che dovrebbe accelerare nel rinnovamento della rete nazionale e nell’interconnessione con l’Europa e con i Paesi della costa Sud del Mediterraneo, piuttosto che costruire nuovi gasdotti.

In generale riscontriamo positivamente, l’emergere della necessità di una governance mondiale dei problemi globali, sebbene ancora troppo lento, che fa saltare subito alla mente la lungimirante immagine dell’unica famiglia umana in una casa comune, continuamente richiamata da Papa Francesco, come elemento portante del nuovo modello di sviluppo. Nessun paese può farcela da solo; insieme si può ancora fare. Per dare una spinta a questa prospettiva è urgente introdurre un forte ed efficace sostegno ai paesi poveri e dazi alle esportazioni proporzionali alla carbon footprint delle merci provenienti da quei paesi che con PIL medio-alto, godono dei benefici degli impegni altrui traendone anche un vantaggio commerciale.

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