COP27, un mezzo fallimento

I negoziati, andati come spesso accade per le lunghe, sono stati inficiati dai tentativi di scambiare i fondi per l’adattamento e la mitigazione (era stato promesso almeno un raddoppio dei 100 miliardi di dollari l’anno) con il fondo per le perdite e i danni

cop27
Credits: UNFCCC via Flickr (CC BY-NC-SA 2.0)

di Giuseppe Onufrio

Di positivo dalla COP27 c’è stato l’accordo per l’istituzione di un Fondo per il finanziamento delle perdite e dei danni, un passo importante verso la giustizia climatica. Nulla invece sul fronte del phase-out dei combustibili fossili, rispetto a quanto già nel testo della precedente COP di Glasgow: l’industria dei combustibili fossili, oltre 600 lobbisti, si è fatta sentire anche al vertice di Sharm el-Sheik, spalleggiata dai petro-stati inclusa la presidenza egiziana.

I negoziati, andati come spesso accade per le lunghe, sono stati inficiati dai tentativi di scambiare i fondi per l’adattamento e la mitigazione (era stato promesso almeno un raddoppio dei 100 miliardi di dollari l’anno) con il fondo per le perdite e i danni. Il fallimento del negoziato è stato evitato anche grazie allo sforzo concertato dei Paesi in via di sviluppo e alle richieste degli attivisti per il clima. Entro la COP dell’anno prossimo si dovranno definire i dettagli e il funzionamento del Fondo per le perdite e i danni, aggiuntivi a quelli per l’adattamento e la mitigazione. Su questi non si è registrato alcun passo avanti.

Se un gran numero di Paesi del nord e del sud si è espresso alla in modo chiaro in favore dell’eliminazione graduale di tutti i combustibili fossili – carbone, petrolio e gas – la presidenza egiziana non ha dato alcun seguito a questa richiesta. Così, dal punto di vista della riduzione delle emissioni di gas serra, la COP27 ha fallito. Si è stabilito un programma di lavoro sulla riduzione delle emissioni fino al 2026, si è introdotto qualche un vago riferimento alle energie rinnovabili e alla giusta transizione, ma anche un linguaggio ambiguo sulle “fonti a basse emissioni di carbonio”, un malcelato riferimento a gas e nucleare.

La decarbonizzazione rimane l’azione principale per poter rispettare l’accordo di Parigi ed evitare, come ci ha più volte ricordato la comunità scientifica, il disastro climatico. 

Combattere la crisi climatica e la giustizia ambientale non è un gioco con vincitori e vinti: la natura non negozia, e siamo tutti comunque a rischio. Il Segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha ragione a dire che l’istituzione del fondo per le perdite e i danni è importante ma c’è bisogno di fare un “salto gigante nell’ambizione sul clima”. 

La ripresa dei colloqui sulla cooperazione climatica tra Stati Uniti e Cina, i due maggiori emettitori di gas serra, è un’altra notizia molto positiva. Siamo in una fase internazionale delicatissima per il conflitto in corso e con un alto rischio di una nuova “guerra fredda”. L’Accordo di Parigi non è solo un accordo quadro per il clima, ma è anche un accordo di pace, nel senso che promuove la negoziazione e la cooperazione in campo climatico, e coinvolge tutti i Paesi del mondo. La transizione energetica, che comunque è in corso pur se troppo lenta, tende a cambiare i rapporti di forza tra le economie e, nella storia, questi cambi di epoca sono sempre stati accompagnati da guerre. Dunque, il negoziato sul clima è anche un modo – l’unico al momento – per gestire questa fase storica delicata in modo negoziale.

Se la questione centrale rimane la progressiva decarbonizzazione dell’economia, in Italia il governo con il decreto “Aiuti quater” – il noto “Sbloccatrivelle” – sostituisce alla (indispensabile) decarbonizzazione una non meglio definita “ottimizzazione” del sistema energetico. Eppure, il tema della decarbonizzazione è ben definito sia nelle politiche europee ed è alla base anche dei finanziamenti del Pnrr. Vedremo se questo emendamento segnerà un cambiamento di rotta del governo italiano, più occupato a promuovere il gas che a sbloccare le rinnovabili. 

Se, come abbiamo visto ancora alla COP27, la politica fossile è promossa dagli stati produttori ed esportatori di petrolio, gas e carbone, in Italia la politica energetica rimane ostaggio di una azienda come l’ENI che su rinnovabili e transizione investe solo marginalmente. L’azienda che ha storicamente contribuito a industrializzare il Paese, che ha aumentato la dipendenza dal gas russo e fatto campagne contro le rinnovabili, rischia di bloccare la transizione energetica.

di Giuseppe Onufrio – direttore Greenpeace Italia

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