Clima, a Bonn altra cartuccia sprecata: ora resta solo la COP 21

Dopo una settimana travagliata, i negoziati sul clima preparatori alla conferenza di Parigi si sono conclusi come di consueto, cioè con un nulla di fatto

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(Rinnovabili.it) – Il vertice ONU sul clima preparatorio alla COP 21, tenutosi a Bonn da lunedì a venerdì scorso, si è concluso con un’unica certezza: l’assenza di qualsiasi certezza. Dalle 20 pagine diffuse all’inizio di ottobre, il testo base dell’accordo internazionale che dovrebbe essere sottoscritto a Parigi tra poco più di un mese è lievitato a 51 pagine. Adesso contiene parte delle richieste avanzate con forza dai Paesi in via di sviluppo e per includerle nella bozza finale si è arrivati a sfiorare la crisi diplomatica.

L’incontro di Bonn serviva a creare un quadro chiaro e conciso all’interno del quale i leader globali  si sarebbero dovuti muovere per facilitare il buon esito della conferenza di Parigi, ma ha rivelato profonde divisioni tra Nord e Sud del mondo.

«La cattiva notizia è che non è più un testo conciso – ha detto la responsabile clima delle Nazioni Unite, Christiana Figueres a conclusione dell’incontro».

Il documento contiene 1.490 parentesi, ciascuna delle quali rappresenta un nodo da sciogliere durante la COP 21. Un chiaro fallimento per questo round di negoziazioni, come evidenzia la dichiarazione della delegata Francese, Laurence Tubiana: «Non siamo entrati davvero in trattativa. Non possiamo che ritentare la prossima volta».

 

Christiana Figueres e Laurence Tubiana
Christiana Figueres e Laurence Tubiana

 

Il punto “caldo” dell’accordo sul clima

Come sempre, la pietra dello scandalo sono i finanziamenti climatici: i Paesi in via di sviluppo cercano rassicurazioni e reale sostegno per organizzare la transizione verso le energie rinnovabili e l’adattamento ai cambiamenti climatici.

Nozipho Mxakato-Diseko, delegato sudafricano che presiede il blocco di 134 Paesi più poveri (il G77), ha detto che i colloqui di Parigi «saranno giudicati in base a ciò che sarà contenuto nel capitolo sulla finanza. Per noi sarà il metro di misura per il successo».

Nonostante le economie più avanzate abbiano accettato di raggiungere il tetto dei 100 miliardi l’anno – entro il 2020 – in aiuti agli Stati del mondo più in difficoltà, restano aperte le domande per il “dopo”, così come la necessità di un sistema condiviso per calcolare i contributi dei Paesi sviluppati. Questi ultimi sono riluttanti a fornire impegni precisi oltre il 2020, e chiedono un contributo anche da parte dei più ricchi fra i Paesi in via di sviluppo. Non accettano più la formulazione di “responsabilità comuni ma differenziate” fra ricchi e poveri, tracciata nel 1992 dalla Conferenza ONU su Ambiente e Sviluppo di Rio de Janeiro. «Ci opponiamo con forza a tale suddivisione – ha sentenziato Michel Rentenaar, delegato olandese per il clima – Se c’è una differenza, è forse tra chi vuole un accordo ambizioso e chi non lo vuole».

La negoziatrice dell’Unione europea, Sarah Blau, è più ottimista: secondo lei, i colloqui di Bonn erano «in qualche modo staccati da quello che sta succedendo realmente sul campo». A sostegno di questa tesi ha citato la promessa della Cina di stanziare 3,1 miliardi di dollari per aiutare i Paesi in via di sviluppo, anche se questa somma non è allocata nel Green Climate Fund, depositario degli aiuti climatici fin qui raccolti.

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