Clima: l’elefante della pre-COP 21 partorisce un topolino

Dopo tre giorni, l’ultimo summit sul clima si conclude con i grandi interrogativi ancora aperti e lo spettro di un accordo senza vincoli per i contraenti

Clima l'elefante della pre-COP 21 partorisce un topolino

 

(Rinnovabili.it) – È solo un piccolo passo avanti verso l’accordo mondiale sul clima quello compiuto ieri, giorno in cui a Parigi si è conclusa la cosiddetta pre-COP 21. Il vertice, che ha riunito per tre giorni funzionari provenienti da circa 75 Paesi (tra cui una sessantina di ministri), ha suscitato dichiarazioni di ottimismo fra i partecipanti. «C’è ancora del lavoro importante da fare, ma un compromesso ambizioso è in vista e sono state avanzate una serie di proposte concrete», ha dichiarato il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius. I partecipanti hanno raggiunto un accordo sul meccanismo di revisione dei piani nazionali sul taglio delle emissioni: ogni 5 anni, le parti dovrebbero essere tenute a valutare, ed eventualmente implementare, il livello di ambizione dei propri impegni.

 

Il ministro dell’Ambiente italiano, Gian Luca Galletti, in una conferenza stampa tenutasi presso l’Ambasciata italiana a Parigi, ha assicurato che per l’Unione europea e per l’Italia «l’obiettivo resta quello di contenere il riscaldamento globale entro i 2 °C. Continuiamo ad insistere affinché nell’accordo finale ci siano elementi quantitativi: il taglio di emissioni del 50% entro il 2050 e la neutralità delle emissioni entro fine secolo». Galletti ha anche annunciato che la delegazione italiana si batterà per inserire nell’accordo di Parigi un «riferimento» all’obiettivo più ambizioso: quello del contenimento del riscaldamento globale entro 1,5 °C al 2100. Il target è in linea con le richieste di alcuni Paesi, in particolare i piccoli Stati insulari, che a causa dell’innalzamento del livello dei mari rischiano di scomparire.

 

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Il diffuso ottimismo non deve però trarre in inganno sul reale stato dei negoziati: non vi è alcun accordo sui temi più controversi che rischiano di affossare il costituendo patto climatico mondiale. In particolare, le parti non trovano punti di contatto sull’utilizzo e sull’ammontare dei finanziamenti ai Paesi poveri per l’adattamento al cambiamento climatico. Le economie sviluppate non sono intenzionate a versare contributi a fondo perduto, ma strizzano l’occhio a formule meno vincolanti come il prestito o le partnership pubblico-privato, dove il privato è incarnato dalle loro imprese. Un secondo, macroscopico problema, è che il nuovo accordo sul clima potrebbe avere gambe molto corte se non verrà reso vincolante. Al momento, non sono previsti meccanismi sanzionatori se gli obiettivi nazionali sul taglio delle emissioni non vengono raggiunti.

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