Gli “ego-sistemi” del negoziato sul clima

COP21

 

Preceduta da iniziative senza precedenti – l’enciclica papale, l’intesa Cina-USA, la richiesta di misure vincolanti le emissioni di gas serra da parte di un centinaio di grandi multinazionali, per citare solo i casi più eclatanti – e da una sempre più diffusa consapevolezza della gravità della crisi climatica, la COP21 non poteva diventare una replica del summit di Copenaghen. Un accordo andava raggiunto a tutti i costi e infatti è stato trovato.

 

È un “accordo che vale per un secolo“, come si è affrettato a dichiarare il presidente francese Hollande? La bozza finale, da sottoporre all’assemblea plenaria conferma il limite di due gradi e auspica di riuscire a scendere a 1,5 (art. 2), ma per il raggiungimento del “carbon peaking” si limita a dire che va raggiunto nel minor tempo possibile e i singoli paesi rendiconteranno autonomamente i risultati acquisiti (art. 4). Infatti ogni stato invierà regolarmente “a national inventory report of anthropogenic emissions by sources and removals by sinks of greenhouse gases” e le informazioni necessarie a verificare lo stato di avanzamento degli impegni presi, mentre l’adozione di linee guida e standard comuni è rinviata a un futuro incontro delle Parti (art. 13). La prima verifica formale dei risultati acquisiti avverrà nel 2023 e le successive a distanza di cinque anni, ma i risultati delle verifiche serviranno solo a “informare” i singoli paesi affinché decidano in modo autonomo le modifiche dei loro programmi (art. 14). Sulla controversa questione dei danni procurati dal riscaldamento globale a paesi che poco vi hanno contribuito e del loro risarcimento da parte dei grandi inquinatori, il testo glissa, limitandosi ad auspicare una collaborazione internazionale (art. 8).

 

Questo in sintesi e per sommi capi il contenuto della bozza finale, che rinvia a successivi incontri l’eventuale accordo sul minimo comun denominatore che era ragionevole attendersi dalla COP21: definizione delle modalità di monitoraggio delle emissioni e di reporting dei dati, trasparente e controllabile, con la verifica affidata a un’autorità terza. Insomma, un bicchiere molto più vuoto che pieno.

 

cop21

 

Al di là dei limiti intrinseci a un processo decisionale che coinvolge quasi duecento soggetti, con l’obbligo di trovare l’unanimità dei consensi, sugli esiti ha pesato non poco un fattore almeno in parte imprevisto. Nei diciotto anni intercorsi tra Kyoto e Parigi il contesto mondiale è notevolmente cambiato. Siamo infatti passati da un mondo sostanzialmente diviso in due (paesi sviluppati e a basso sviluppo) a uno dove è cresciuta una fascia intermedia di stati, di cui la Cina è il massimo esponente, che si collocano in una posizione intermedia, ma più vicina al gruppo delle nazioni sviluppate.

Da questa tripartizione, recepita nel lessico fin dai documenti preparatori della COP21 e resa sostanziale dall’accordo preliminare fra Stati Uniti e Cina, nel confronto di Parigi si è progressivamente ritornati a un confronto bipolare, con la Cina spesso contrapposta a posizioni espresse dai tradizionali paesi sviluppati. In modi un po’ meno palesi, anche fra i secondi si è però riprodotto il divario fra stati maggiormente disponibili ad accordi vincolanti e altri (ad es. USA) restii ad accettarli.

 

Forse è esagerato affermare che la montagna ha partorito il topolino, ma alla COP21 ci siamo andati molto vicini. Purtroppo, “Il cambiamento climatico riguarda gli ecosistemi. I negoziati sul cambiamento climatico riguardano gli ego-sistemi”. Questo commento di Laurence Tubiana, membro della delegazione francese alla COP21, è la migliore sintesi del lungo negoziato parigino.

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