La Cina arruola i cittadini contro chi sgarra sull’inquinamento

I cittadini potranno monitorare i livelli di emissioni e segnalare sversamenti e altre attività delle aziende cinesi. Tutti i dati saranno online e aperti a tutti. Così il ministero dell’Ambiente spera di riuscire a controllare cosa succede realmente nel paese

Inquinamento: in Cina una piattaforma pubblica per controllare le industrie
Foto di Charlottees da Pixabay

Torna il braccio di ferro tra Pechino e istituzioni locali sull’inquinamento

(Rinnovabili.it) – Altro giro di vite contro i grandi inquinatori. La Cina si affida a una piattaforma pubblica per scoprire le aziende che non rispettano leggi e regolamenti sull’inquinamento. Ma non saranno funzionari pubblici a smascherare chi viola le prescrizioni: saranno i cittadini stessi. Nel mirino non soltanto i grandi conglomerati ma anche compagnie di dimensioni più modeste.

Quando entrerà in vigore, il prossimo 1° marzo, questa piattaforma coinvolgerà anche i cittadini cinesi nel contrasto all’inquinamento. Il dispositivo permette di monitorare in tempo reale le emissioni delle industrie. Come? Sono i cittadini a sorvegliare e inserire i dati. In pratica si tratta di uno strumento “fluido” che da un lato aiuta i funzionari a individuare chi sgarra, e dall’altro rende la rete di controllo molto più capillare. E anche più impermeabile a tentativi di corruzione, vista la sua natura “diffusa”.

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D’altronde, finora la lotta all’inquinamento lanciata nel 2014 non ha dato i risultati che si aspettavano a Pechino. Nel 2015 erano state quasi 200mila le aziende pizzicate a inquinare, con emissioni o sversamenti illeciti. Stiamo parlando di una percentuale altissima, poco meno del 10% del totale, visto che le compagnie che per legge sono tenute ad acquistare dei permessi per inquinare sono circa 2,4 milioni. Multe e stop temporanei alle loro attività non hanno dato alcun risultato, però. Le industrie hanno calcolato che era più conveniente sgarrare ma evitare di spender soldi per ammodernare gli impianti o comprare i permessi. Un po’ perché le multe erano basse, un po’ anzi soprattutto perché potevano godere della protezione delle istituzioni locali.

Chi governa a livello locale infatti ha tutto l’interesse a ottenere risultati economici impeccabili per garantirsi più chance di carriera nella scalata agli organi del partito. Così la tutela degli interessi locali prevale, di norma, sulle indicazioni delle autorità centrali. E ne nasce un braccio di ferro che, dall’insediamento dell’attuale presidente Xi Jinping, è diventato più visibile e “muscolare”.

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Il governo centrale in questi anni ha provato a raddrizzare il tiro con regolamenti più stringenti (la nuova legge sulla protezione ambientale è del 2015), multe più salate, arresti per i capi d’azienda colti in fallo. E molte più ispezioni. Qualche risultato l’ha avuto, ma la situazione non è cambiata realmente. Nel 2018 la concentrazione media di PM2.5 era oltre i 40 microgrammi/m3, il quadruplo della soglia d’allerta consigliata dall’Oms – anche se in calo del 9% sull’anno precedente.

La nuova legge permette anche alle Ong di portare in tribunale i grandi inquinatori. E il primo caso – vinto dalla Ong – risale proprio al 2015, il caso Nanping. Ma anche se si è creato questo precedente, i ricorsi alla giustizia non sono aumentati come speravano a Pechino. Tra la legge e la sua implementazione quindi resta un divario molto ampio. Che adesso Pechino è decisa a colmare con un approccio nuovo.

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