Rischi ambientali: l’inquinamento da mercurio ha raggiunto le profondità oceaniche

I ricercatori delle Università di Tianjin e del Michigan mostrano come il mercurio proveniente da attività antropiche abbia raggiunto la catena alimentare degli ecosistemi marini più remoti.

Inquinamento da mercurio
Credits: Pexels da Pixabay

Due diverse ricerche mostrano tracce di inquinamento da mercurio nella Fossa delle Marianne

(Rinnovabili.it) – Due diversi gruppi di ricercatori hanno scoperto che l’inquinamento da mercurio causato dall’uomo ha raggiunto le parti più profonde dell’oceano, tra cui la Fossa delle Marianne. Ciò ha implicazioni significative sul bioaccumulo del mercurio nella catena alimentare marina, con conseguenze potenzialmente devastanti anche per la salute umana.

I ricercatori dell’Università di Tianjin (Cina) e dell’Università del Michigan (USA) hanno individuato tracce di inquinamento da mercurio nei pesci e nei crostacei dell’Oceano Pacifico, ad una profondità di 11.000 m. Il mercurio è un elemento chimico tossico per l’uomo e per gli animali, protagonista di catastrofi ambientali come quella di Minamata, avvenuta in Giappone negli anni ’50, in cui si sono registrate nascite di bambini con gravi patologie neurologiche.

Leggi anche Inquinamento da mercurio: in USA primo passo verso la deregolamentazione

La presenza di inquinamento da mercurio nella Fossa delle Marianna è stata descritta come una vera e propria “sorpresa”. Secondo Ruoyu Sun, ricercatore dell’Università di Tianjin, “ricerche precedenti avevano concluso che il metilmercurio veniva prodotto principalmente nelle prime centinaia di metri dell’oceano. Ciò avrebbe limitato il bioaccumulo garantendo che i pesci che foraggiano più in profondità avevano scarse opportunità di ingerire la sostanza. Questo lavoro dimostra che ciò non è vero.

Utilizzando sofisticati strumenti per sondare le acque profonde, i ricercatori cinesi hanno avuto modo di catturare la fauna endemica a 7000-11000 m, raccogliendo sedimenti a 5500-9200 m. In questo modo, sono stati in grado di presentare prove inequivocabili che l’inquinamento da mercurio presente nella fauna della Fossa delle Marianne dipende dal metilmercurio, proveniente dagli strati più superficiali dell’Oceano.

Leggi anche Estrazione mineraria: il Venezuela “svende” l’Amazzonia

Indipendentemente, i ricercatori dell’Università del Michigan hanno sondato anche la fossa di Kermadec (Nuova Zelanda), mostrando che il mercurio trovato nelle specie ittiche che vivono a quelle profondità deriva in gran parte dall’atmosfera ed entra nell’oceano in caso di pioggia. “Lo abbiamo identificato misurando la composizione isotopica del mercurio, che ha mostrato che il mercurio del fondo oceanico corrispondeva con quello presente nei pesci trovati a circa 400-600 m. Parte di questo mercurio è prodotto naturalmente, ma è probabile che gran parte di esso provenga dall’attività umana, ha sottolineato Joel Blum, ricercatrice statunitense.

I due lavori, dunque, mostrano che il mercurio rilasciato dall’uomo ha raggiunto le parti più remote degli oceani ed è entrato nelle reti alimentari negli ecosistemi marini più incontaminati. “Sappiamo che il mercurio viene introdotto nell’ambiente da una varietà di fonti naturali, come eruzioni vulcaniche e incendi boschivi. Tuttavia, attività umane, come l’estrazione e la produzione di petrolio, sono i principali responsabili della deposizione di mercurio negli ambienti marini, ha concluso Blum.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui