A 9.000 metri di profondità c’è più microplastica del previsto

Uno studio effettuato nella fossa delle Kurili-Kamchatka rinviene tra le 215 e le 1.596 particelle di microplastica per ogni chilogrammo di sedimento

microplastiche
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La microplastica tende ad accumularsi in concentrazioni maggiori sui fondali più profondi

(Rinnovabili.it) – Sui fondali oceanici più profondi si accumula una quantità di microplastica maggiore di quanto fosse stato stimato fino ad ora. Nelle parti inferiori della fossa delle Kurili-Kamchatka, una delle più profonde al mondo con i suoi 10.500 metri, sono depositati frammenti di polimeri plastici di dimensioni inferiori a 0,5 millimetri in densità inattese. Lo rivela uno studio apparso su Science of The Total Environment.

La spedizione che ha sondato la fossa alla ricerca di microplastica risale al 2016. I ricercatori hanno raccolto i frammenti in 13 siti a profondità differenti, comprese tra i 5.740 e i 9.450 metri. “Non un singolo sito era libero da microplastica”, spiega Serena Abel, una delle autrici dello studio. “Per ogni chilogrammo di sedimento, abbiamo rilevato tra le 215 e le 1.596 particelle di microplastica: nessuno si sarebbe aspettato un numero così elevato prima di questo”.

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Molti studi hanno già accertato la presenza di microframmenti di plastica anche sui fondali più inaccessibili, così come in qualsiasi altro ecosistema terrestre, anche quelli ritenuti meno compromessi dall’impronta dell’uomo. Una stima dell’australiana Csiro, nel 2020, valutava che i fondali oceanici ospitino qualcosa come 14 milioni di tonnellate di plastica. Ma è sui fondali più profondi, come quello delle fosse oceaniche, che l’accumulo è maggiore.

Nei 13 siti, i ricercatori hanno rinvenuto 14 tipi diversi di plastica, soprattutto polipropilene – il polimero più usato per gli imballaggi – ma anche poliuretano e acrilati che sono impiegati nella produzione di vernici.

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“Ogni anno, si stima che dai 2,4 ai 4 milioni di tonnellate di plastica entrino negli oceani attraverso i fiumi, come risultato dell’eccessivo consumo globale di plastica e dello smaltimento dei rifiuti mal organizzato. Una parte significativa di queste particelle affonda sul fondo dell’oceano e si accumula nei sedimenti, mentre altre vengono trasportate dalle correnti verso le regioni più profonde, dove alla fine si depositano. In questo modo il mare profondo diventa il ‘deposito finale dei rifiuti'”, conclude Angelika Brandt, co-autrice dello studio.

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