L’UNESCO salva Rosia Montana: addio inquinamento da cianuro

Il sito è diventato ufficialmente Patrimonio dell’Umanità (oltre che sito in pericolo). Il riconoscimento blocca ogni tentativo di sfruttamento dell’oro, pianificato con tecniche inquinanti che avrebbero devastato salute e paesaggio. Cade anche l’arbitrato internazionale dove la Romania rischiava di dover sborsare il 2% del suo PIL

Rosia Montana: l’UNESCO regala una vittoria storica contro oro e cianuro
Una miniera d’oro a cielo aperto a Rosia Montana. By István Mihály – https://pixabay.com/en/photos/391420/ archive copy, CC0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44579637

Rosia Montana si trova sulla miniera d’oro più grande d’Europa

(Rinnovabili.it) – Addio miniera d’oro più grande d’Europa, inquinamento da cianuro, deforestazione e sventramento dei monti Apuseni. Rosia Montana ce l’ha fatta dopo anni di tentativi: è ufficialmente nella lista dei siti UNESCO Patrimonio dell’Umanità. E anche in quella dei siti in pericolo. Un riconoscimento che mette la parola fine, per sempre, ai sogni di sfruttamento minerario della regione.

Un progetto estremamente controverso, che ha iniziato a muovere i primi passi nel lontano 1999. In quell’anno il governo del Romania aveva deciso di riaprire il sito minerario, sfruttato già ai tempi dei Romani. La zona è conosciuta fin dall’antichità come il “quadrilatero d’oro” grazie alle vene di metalli preziosi. Per sfruttarle, si era rivolta alla compagnia canadese Gabriel Resources. La quale prometteva a parole di gestire il sito in modo sostenibile. Ma sulla carta preparava tutt’altro.

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La nuova miniera non avrebbe scavato gallerie, ma si sarebbe servita della tecnica del mountain top removal. Si tratta, in estrema sintesi, di una tecnica per cui si ottiene l’accesso alle vene metallifere rimuovendo la cima del monte. Oltre a stravolgere il paesaggio, il piano prevedeva anche di usare 30-50 mln di t di cianuro e almeno 215 mln di m3 di acqua per l’estrazione, che poi sarebbero stoccati in un bacino artificiale formato grazie a una diga alta oltre 180 metri. Il comitato che si opponeva all’opera ha sempre sottolineato i rischi per la salute e l’ambiente che possono derivare dall’inquinamento da cianuro.

Il governo di Bucarest aveva poi deciso di fare marcia indietro. Ma la Gabriel ha puntato i piedi. L’azienda, infatti, ha utilizzato lo strumento dell’arbitrato internazionale per fare ricorso contro l’esecutivo. Il progetto prevedeva un investimento complessivo di 1,5 mld di euro. La Gabriel Resources però ne chiedeva 4 al governo di Bucarest: una “compensazione” per lo stallo prolungato. Cifre da capogiro, basti pensare che corrispondono al 2% dell’economia romena.

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È dal 2016 che il dossier di candidatura all’UNESCO era pronto. Ma Bucarest aveva preferito non trasmetterlo nemmeno in attesa dell’esito dell’arbitrato internazionale. Anche su questo, alla fine, ha deciso di fare un’inversione di rotta, e nel febbraio 2020 ha finalmente candidato Rosia Montana a sito Patrimonio dell’Umanità.

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