Fuori i lobbisti dai tavoli sul cambiamento climatico

Hanno indebolito le normative e ritardato i negoziati ONU sul cambiamento climatico. Ma regolando il conflitto di interessi si può lasciarli fuori dalla porta

cambiamento climatico

 

(Rinnovabili.it) –  È davvero opportuno che i lobbisti dell’industria fossile partecipino alle conferenze delle parti sul cambiamento climatico? Le ripercussioni di questa domanda verranno soppesate il prossimo 9 maggio, quando i delegati delle nazioni aderenti all’UNFCCC, la Convenzione quadro dell’ONU sul clima, si incontreranno a Bonn per discutere delle prossime mosse da fare dopo l’accordo di Parigi. Per la prima volta si discuterà anche della possibilità di limitare l’accesso dei portatori di interessi alle COP, soprattutto  dopo le cifre sciorinate dall’ultimo rapporto di Corporate Accountability International, una ONG impegnata a limitare l’influenza delle multinazionali e salvaguardare ambiente e salute.

Il gruppo ha evidenziato la tendenza dei grandi inquinatori a ritardare e indebolire gli accordi internazionali volti ad affrontare il cambiamento climatico. Tutto ciò avviene inviando un esercito di persone piuttosto convincenti – i cosiddetti lobbisti – nei consessi che contano: dalle conferenze delle parti dell’ONU agli uffici dei governi e della Commissione Europea, dai panel di esperti alle convention dei partiti. Il buon lobbista tesse relazioni, fornisce pareri, propone soluzioni che permettano un tornaconto ai regolatori ma anche all’azienda o al settore che rappresenta.

Il rapporto di Corporate Accountability mette in risalto gli effetti sull’andamento delle COP di questo dialogo malsano tra grandi inquinatori e governi. In particolare, viene mostrato come le delegazioni che hanno tentato di contrastare con maggior veemenza i tentativi di risolvere i conflitti di interessi vengano da stati in cui sono presenti importanti organizzazioni dell’industria e del commercio.

 

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È il caso della Camera di commercio statunitense, con base a Washington, finanziata pesantemente dalle industrie fossili, e con un peso determinante nel negoziato sul clima. Rappresenta 3 milioni di imprese americane ed è la più grande organizzazione commerciale al mondo. Non ha mai ammesso il ruolo umano nel cambiamento climatico, ha criticato l’accordo di Parigi e le misure di implementazione delle sue disposizioni.

cambiamento climaticoDiscorso simile per la National Mining Association: anche il suo quartier generale si trova a Washington, e rappresenta l’industria mineraria nazionale. Ha ottenuto il ruolo di osservatore UNFCCC, ma è contraria all’accordo di Parigi. Promuove la produzione di carbone e riceve fondi dalle più grandi compagnie minerarie del settore.

FuelsEurope, che raduna la maggior parte dei raffinatori e industriali del petrolio europei (BP, Exxon, Lukoil, ENI, Total, Statoil ecc.), è basata a Bruxelles: da una parte ha accolto e supportato l’accodo di Parigi, dall’altra ha direttamente contrastato l’adozione di misure in linea con esso.

Altro esempio portato dal rapporto è quello del Business Council of Australia, organo in cui siedono i 127 amministratori delegati più potenti dell’industria locale. BHP Billiton, BP, Chevron, Exxon, Shell e RioTinto sono tra i grandi inquinatori che pagano per essere rappresentati nel consiglio.

L’International Chamber of Commerce, infine, rappresenta 6500 membri in 130 nazioni. Ammessa come osservatore UNFCCC, è considerata il punto di riferimento del business per i negoziati climatici dell’ONU ed è governata dal World Council, composto dai vertici di alcune sue imprese aderenti. Offre alle corporation di tutto il mondo una corsia preferenziale per influenzare la politica climatica internazionale.

 

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Per uscire dall’impasse che vede le grandi multinazionali del fossile mettere costantemente i bastoni tra le ruote dei negoziatori climatici, il dossier di Corporate Accountability International propone che al prossimo incontro del 9 maggio a Bonn si raggiunga una definizione condivisa di “conflitto di interessi”, per poi costruire una procedura di ammissione degli osservatori UNFCCC finalmente trasparente. Ai negoziati, propone la ONG, partecipi soltanto chi ha dimostrato di voler proteggere il pianeta e le persone, non l’interesse privato.

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