L’impatto ambientale delle industrie estrattive? 5mila mld di euro ogni anno

Uno studio pubblicato sul Journal for Cleaner Production fornisce una valutazione molto dettagliata del ciclo di vita di 38 materie prime con approccio cradle-to-gate, ovvero escludendo l’impatto che deriva dall’uso finale

Industrie estrattive: i costi ambientali arrivano a 5 trilioni di euro l’anno
Foto di Darkmoon_Art da Pixabay

Gas serra, particolato e acidificazione gli impatti maggiori delle industrie estrattive

(Rinnovabili.it) – L’impatto ambientale di tutte le industrie estrattive mondiali arriva alla cifra record di 5.000 miliardi di euro l’anno. E anche se per alcuni paesi ricchi di materie prime come carbone, idrocarburi, ferro, i benefici (economici) superano i danni, per molti altri è dietro l’angolo la “maledizione delle risorse”, cioè la dinamica per cui il loro sfruttamento genera crescenti diseguaglianze sociali e danni all’ambiente, con conseguenze molto negative per l’economia.

Lo ha calcolato uno studio pubblicato sul Journal for Cleaner Production che si basa su una valutazione completa del peso sull’ambiente durante l’intero ciclo di vita di 38 materie prime usate dalle industrie estrattive, conteggiando tutte le emissioni a monte (approccio Cradle-to-Gate). Questo approccio valuta gli impatti ambientali – tra cui le emissioni di gas serra, le emissioni di particolato, l’acidificazione, il cambiamento di destinazione d’uso dei terreni, l’esaurimento delle risorse e la tossicità – associati a tutte le fasi di vita di un prodotto, escluso l’utilizzo finale.

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La stima ha ovviamente dei margini di incertezza dati dai diversi modi in cui si possono monetizzare i processi e soprattutto i loro impatti. Gli autori si tengono all’interno di due binari, una stima massima e una minima. Per la stima più alta abbiamo incluso i costi dello sforzo futuro. Si tratta di costi che si verificano perché la concentrazione dei minerali e dei depositi di materiale diminuisce e quindi è necessario investire più energia e lavoro per estrarli”, spiega Rosalie Valeska Arendt, prima firma dello studio. “Per la stima bassa, questi costi sono stati esclusi, perché i costi di estrazione sono storicamente diminuiti nonostante la diminuzione della qualità del minerale. Se si includono i costi degli sforzi futuri, essi dominano tutti gli altri costi e l’impatto dei vettori energetici fossili diventa ancora più pronunciato”.

Nel primo caso, il conto totale arriva ai 5.000 miliardi accennati prima. Se invece si usano le stime più conservative, il totale scende a 400 miliardi l’anno. Che è comunque lo 0,5% del PIL globale. “I costi ambientali assoluti più elevati possono essere attribuiti ai gas serra, alle emissioni di particolato e all’acidificazione causati dal carbone e dall’acciaio”, scrivono gli autori.

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Quanto ai paesi con i costi assoluti più elevati, la ricerca individua la Cina e l’India, perché “la Cina estrae e lavora grandi quantità di materiali, mentre l’India si fa carico di gran parte dei danni climatici causati dalla produzione globale di materiali”. I Paesi che presentano il rapporto più vantaggioso tra costi ambientali e PIL “sono quelli che lavorano i materiali, come il Giappone e la Germania (siderurgia), e quelli che estraggono prevalentemente petrolio, come Algeria, Azerbaigian e Nigeria, perché esternalizzano in larga misura i costi ambientali dei processi a monte e a valle”.

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