Cosa vogliono gli Stati Uniti dal Leader’s Climate Summit sul clima

Biden ha voluto il summit per rimettere Washington al centro dell’azione climatica globale dopo la disastrosa parentesi Trump. Ma finora è riuscito a convincere soltanto gli alleati più stretti

Leader’s Climate Summit: il primo test sul clima per gli Stati Uniti
Credits: U.S. Embassy Kiyv Ukraine | CC BY-ND 2.0

Il Leader’s Climate Summit si terrà il 22 aprile in concomitanza con la Giornata della Terra

(Rinnovabili.it) – Ottenere nuovi impegni sul clima da tutti i più grandi inquinatori. E’ questo l’obiettivo della Casa Bianca per il Leader’s Climate Summit, l’incontro internazionale del 22 aprile fortemente voluto dal presidente Biden per rilanciare l’azione climatica in vista della COP26 di novembre. L’inviato americano per il clima, John Kerry, sta tessendo da settimane questa tela con incontri bilaterali. Finora i risultati sono ambivalenti.

In pubblico gli americani cercano di non far crescere troppo le aspettative. Kerry in una nota ha affermato che il vertice, semplicemente, “sarà un’opportunità per le principali economie e altri paesi di lavorare insieme ai massimi livelli possibili per affrontare la crisi climatica”. Nessun riferimento a promesse precise né tanto meno a dati e numeri. Ma la diplomazia climatica a stelle e strisce in realtà è al lavoro proprio per far sì che il Leader’s Climate Summit sia un successo grazie a una rinnovata ambizione climatica globale. Con la firma di Washington.

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Dagli alleati più stretti, Kerry è riuscito a strappare qualche impegno in più rispetto a quanto già annunciato finora. Il Giappone su tutti. Il premier Yoshihide Suga ha appena incassato l’appoggio di Biden sul piano per rilasciare nell’oceano 1 milione di tonnellate di acqua radioattiva usata per raffreddare il nucleo fuso della centrale Dai-chi di Fukushima. La sintonia tra Tokyo e Washington passa anche da un nuovo impegno nipponico sul clima: Kerry è riuscito a strappare la promessa di un taglio maggiore delle emissioni: -50% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2013. Suga e Kerry hanno discusso anche di mettere un freno agli investimenti nel carbone, ma pare che i due non abbiano ancora trovato un’intesa.

La Corea del Sud dovrebbe accontentare le richieste americane con l’annuncio di una moratoria sugli investimenti all’estero sul carbone. Il Canada, dal canto suo, dovrebbe annunciare obiettivi più stringenti sulle emissioni, ma non è chiaro di quali numeri si stia parlando.

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Molto meno proficui sono stati invece gli incontri di Kerry con altri grandi inquinatori. Con il Brasile e con l’India non c’è stato (ancora) un risultato evidente. Ma i problemi nascono soprattutto con la Cina, che finora si è mostrata decisamente restia a reagire alle sollecitazioni dell’amministrazione Biden. Sulla cooperazione sino-americana sul clima – che nel 2014 aveva spianato la strada alla firma dell’accordo di Parigi durante la COP21 – pesano molto le tensioni economiche e politiche tra le due principali potenze mondiali. Il primo incontro ufficiale tra alti funzionari dei due paesi, che si è tenuto a metà marzo ad Anchorage, in Alaska, è stato un flop clamoroso ed è finito senza alcuna decisione concreta.

La sfida più grande per Washington e Pechino è capire se e come svincolare la politica climatica dal resto dei dossier. Una cosa è certa: la leadership cinese vuole evitare a tutti i costi ogni manovra che possa far sembrare che Pechino si pieghi o segua gli Stati Uniti. Da anni la narrazione dei vertici cinesi è quella di una Cina alla pari in tutti i campi con Washington, che non può accampare pretese di superiorità morale. Punto ampiamente ribadito anche ad Anchorage. “Se la Cina non fa assolutamente nulla intorno a questo vertice, sarà uno schiaffo diretto in faccia a Biden”, dice al New York Times Paul Bledsoe, consigliere strategico del Progressive Policy Institute, think tank molto vicino al partito democratico di Biden.

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