Il far west globale dei prodotti a rischio deforestazione

Il rapporto “Forest 500” della ong Global Canopy mette numeri precisi dietro l’impressione che aziende e banche, proprio come gli Stati, non stiano facendo la loro parte nel contrasto al disboscamento illegale

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Il dossier analizza le 500 maggiori aziende con prodotti a rischio deforestazione

(Rinnovabili.it) – Un terzo delle 350 più grandi aziende che commerciano prodotti a rischio deforestazione non hanno regole interne adatte a prevenire il fenomeno. Persino chi ha delle policy ad hoc, in realtà, spesso le lascia su carta senza tradurle in azioni concrete. Anche tra le grandi banche la situazione non migliora di molto: sulle 150 maggiori istituzioni finanziarie che finanziano queste aziende, per un volume totale di 5.500 mld di dollari, solo il 38% ha politiche chiare contro il disboscamento.

Numeri che fanno a pugni con gli impegni contro la deforestazione rinnovati durante la COP26 di Glasgow. In quella sede, più di 100 paesi hanno promesso di portare a zero il logging entro il 2030. La promessa in teoria è significativa perché impegna paesi dove si trova l’85% delle foreste pluviali del pianeta. Tuttavia, già pochi giorni dopo l’annuncio ci sono stati i primi voltafaccia, e da due big della deforestazione mondiale: Brasile e Indonesia.

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Nel suo monitoraggio annuale “Forest 500”, la ong Forest Canopy mette dei numeri precisi dietro l’impressione che anche il settore privato non stia facendo la sua parte. Se un terzo delle aziende considerate (117 su 350) che commerciano carne, soia, legno e olio di palma – tutti prodotti ad altissimo rischio deforestazione – non hanno alcuna regola in materia, sono ben il 72% quelle che hanno policy parziali, che non coprono tutti i prodotti che circolano nelle loro catene del valore.

E nonostante gli ultimi 12 mesi abbiano registrato un aumento globale dell’attenzione sul disboscamento, sono appena 28 le aziende che quest’anno hanno adottato delle regole. Solo 11 di esse coprono tutti i prodotti a rischio. Chi le aveva già approvate non fornisce molte prove che, nella pratica, queste regole funzionino e vengano rispettate. I più vaghi sono i settori della soia, della carne e delle pelli. Ancora più significativo è il fatto che nessuna delle 350 aziende passate al vaglio dal rapporto ha delle misure che tengano conto del rispetto dei diritti umani.

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Sul fronte della finanza, 93 banche su 150 non hanno restrizioni sugli investimenti e i prestiti per le aziende con prodotti a rischio deforestazione: un volume di denaro senza controllo che supera i 2.500 mld di dollari l’anno. Appena 23 istituti di credito segnalano di aver rafforzato le loro policy nell’ultimo anno.

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